Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto tende a diventare mercato. Ogni ambito, prima o poi, viene assorbito da logiche di visibilità, promozione, posizionamento e vendita. Pensare che le arti tradizionali siano rimaste immuni da questa dinamica sarebbe ingenuo. E infatti non è così. Anche nel mondo del Taijiquan, che per sua natura dovrebbe richiamare profondità, disciplina, trasformazione interiore e lavoro autentico su di sé, queste logiche sono ormai molto presenti.
Sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato nel lavorare attraverso la propria arte. Chi dedica anni, spesso decenni, allo studio, alla pratica e all’insegnamento ha tutto il diritto di ricevere un compenso. Il problema non è la professionalità. Il problema nasce quando il centro si sposta. Quando la ricerca non è più orientata alla qualità della pratica, ma alla costruzione di un prodotto da vendere. Quando il fine smette di essere l’arte e diventa il mercato.
Il problema non è nell’insegnamento, ma nella speculazione
Qui sta una distinzione fondamentale, che oggi troppo spesso viene confusa. Una cosa è vivere della propria arte con dignità. Un’altra è usare l’arte come mezzo per speculare, gonfiare il proprio personaggio e costruire strategie sempre più raffinate per attrarre persone, impressionarle e fidelizzarle. Quando la priorità diventa far crescere il conto in banca, inevitabilmente il livello umano si abbassa.
E questo, nel Taijiquan, pesa molto più che altrove. Perché il Taijiquan non è una ginnastica, non è soltanto un gruppo di qualità e tecniche marziali, non è una serie di movimenti ben eseguiti. È, o almeno dovrebbe essere, anche una materia che incide sul carattere, sulla qualità interiore, sul modo di stare al mondo e di relazionarsi con la vita altra. Per questo faccio fatica a definire davvero “Maestro” una persona che magari possiede abilità ben sviluppate, ma mostra un livello umano modesto, superficiale o addirittura opportunista. Le abilità da sole non bastano, e se non sono accompagnate da una maturazione reale, rischiano persino di peggiorare il problema.
Quando il Taijiquan non sgretola l’ego, bensì lo gonfia
In teoria, una pratica di alto livello dovrebbe limare l’ego, renderlo meno ingombrante, meno affamato di riconoscimento. Dovrebbe far emergere maggiore sobrietà, maggiore lucidità, maggiore aderenza alla realtà. E invece, non di rado, accade il contrario. Più crescono le abilità, più l’ego si gonfia. Più una persona diventa capace, più sente il bisogno di mostrarsi, di certificarsi, di imporsi, di esibire continuamente ciò che sa fare o ciò che dice di rappresentare.
È qui che inizia una trasformazione sottile ma decisiva: si passa dalla pratica del Taijiquan alla pratica del marketing. Si approfondisce meno la relazione con gli altri e si confeziona di più il prodotto. Si lavora meno su di sé e molto di più su come apparire. E questo, per un’arte che dovrebbe educare alla sostanza, è un cortocircuito assurdo.
Il mito dei lignaggi nel Taijiquan
Uno dei terreni in cui questa dinamica emerge con più evidenza è quello dei cosiddetti lignaggi. Ancora oggi moltissimi praticanti attribuiscono un peso enorme alla discendenza, ai certificati, ai nomi altisonanti, alle fotografie accanto a un certo maestro, ai viaggi in Cina raccontati come prova definitiva di autenticità. Naturalmente conoscere la propria linea di trasmissione può avere un valore storico e culturale. Può aiutare a contestualizzare un insegnamento, a comprenderne le radici, a collocarlo in una certa tradizione.
Il problema nasce quando il lignaggio diventa una scorciatoia per produrre prestigio. Quando smette di essere memoria viva e diventa etichetta. Quando non serve più a comprendere meglio un’arte, ma a venderla meglio. A quel punto il lignaggio non è più una traccia culturale: diventa uno strumento di marketing.
E la cosa sorprendente è che ancora oggi esistano praticanti presunti intermedi o avanzati che si lasciano impressionare profondamente da queste dinamiche. Come se una discendenza bastasse a garantire qualità umana. Come se il collegamento a un nome noto definisse automaticamente un livello interiore elevato. Ma la realtà è assai più concreta: le abilità vere non si ereditano come un titolo nobiliare. Non passano per osmosi. Non si attaccano addosso con una foto, una firma o un certificato.
Le abilità reali nascono dalla ricerca personale
Se c’è una cosa che l’esperienza mostra con chiarezza, è che i praticanti più capaci, quelli davvero notevoli dal punto di vista delle abilità, non sono grandi per appartenenza formale, ma per lavoro reale. Il salto qualitativo lo fanno grazie a sé stessi, alla propria ricerca, alla propria pratica, alla propria capacità di osservare, verificare, approfondire, maturare. Il maestro può indicare una direzione, aprire una porta, trasmettere elementi importanti. Ma poi il tratto decisivo del cammino lo deve fare il praticante.
E questo vale anche per persone molto abili che, purtroppo, sul piano umano non sempre risultano all’altezza di ciò che praticano. È una constatazione scomoda, ma reale. Si può essere molto competenti e insieme poco dignitosi interiormente. Si può avere una notevole abilità e, allo stesso tempo, un ego smisurato. Il Taijiquan non fa miracoli automatici. Offre una possibilità. Ma poi dipende da come viene vissuto.
Un aneddoto rivelatore sul valore dei certificati
A questo proposito, mi torna spesso in mente un episodio che, col tempo, ha assunto ai miei occhi un significato ancora più chiaro. Il mio ultimo insegnante — al quale resto comunque grato, perché sono grato a chiunque mi abbia insegnato qualcosa nella vita — una volta ricevette da me una domanda semplice. Gli chiesi: “Cosa mi dici del tuo maestro in Cina?”.
La sua risposta fu disarmante, ma non in senso positivo. Mi disse che quel maestro era più scarso di lui e che lo andava a trovare spesso soltanto per farsi rilasciare un attestato di lignaggio da usare come specchietto per le allodole. Ricordo benissimo il disagio che provai in quel momento. Non tanto per il giudizio da lui espresso, già di per sé poco elegante, ma per ciò che lasciava emergere sul piano umano e mentale. In quella frase c’era una visione strumentale della tradizione, del rapporto maestro-allievo e perfino della percezione pubblica. Non c’era alcun rispetto nulla. Non c’era verità. C’era solo utilità d’immagine.
Quell’episodio mi colpì allora e continua a colpirmi oggi quando ci ripenso. Anche perché, un paio di anni fa, ho letto per casualità sui social commenti di alcuni allievi del mio ex insegnante che lo celebravano in modo quasi propagandistico. Scrivevano, in sostanza, che il loro maestro (il mio ex insegnante) aveva imparato tutto di quel lignaggio dal grande maestro, a differenza di altri che erano andati in Cina solo per fare alcuni video e qualche foto mostrandosi accanto a lui. E qui il paradosso diventa quasi grottesco: una narrativa pubblica costruita in senso opposto rispetto a ciò che, almeno privatamente, era stato ammesso a me dallo stesso insegnante anni prima.
Gli allievi e le trappole della narrazione
Purtroppo gli allievi non di rado finiscono dentro queste costruzioni illusorie, spesso per ingenuità. Hanno bisogno di credere in una storia ordinata, rassicurante, nobile. Altre volte, invece, lo fanno per convenienza relazionale: per compiacere l’insegnante, per rafforzare il proprio posto nel gruppo, per mostrarsi fedeli, allineati, devoti. In molti ambienti questo meccanismo è diffusissimo. E sì, bisogna dirlo con franchezza: il mondo del Taijiquan, come molti altri ambienti, è pieno di ruffianeria.
Questo non significa che tutti siano in malafede. Significa però che la tendenza a costruire e difendere narrazioni utili al prestigio del proprio insegnante è molto più comune di quanto si voglia ammettere. E quando questo accade, la lucidità si perde. L’onestà si offusca. Il discernimento lascia il posto alla tifoseria da stadio.
Autenticità, sostanza e valore umano nella pratica
Alla fine, tutta la questione ruota intorno a un punto molto semplice. Che cosa stai cercando nel Taijiquan? Un’arte o un marchio? Una via di trasformazione o una confezione seducente? Un lavoro reale o una rappresentazione ben costruita? Perché se il centro diventa l’immagine, tutto il resto si impoverisce. Si impoverisce l’insegnamento, si impoverisce la pratica, si impoverisce l’ambiente. Ma soprattutto si impoverisce l’essere umano.
Essere critici verso queste derive non significa assumere una posa moralista o giudicante. Significa difendere una distinzione essenziale: quella tra dignità professionale e speculazione, tra ricerca sincera o finalizzata alla costruzione strategica del personaggio.
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Il Taijiquan merita insegnanti che continuino a cercare una crescita interiore umana. Merita praticanti meno affascinati dai timbri e più attenti alla sostanza relazionale sincera. Merita un ambiente capace di guardare oltre le etichette.
Perché, alla fine, la domanda decisiva resta una sola: questa pratica sta rendendo l’essere umano più vero, oppure soltanto più bravo a vendersi attraverso qualche giochetto qualitativo corporeo?
In un tempo in cui il Taijiquan rischia di essere raccontato più attraverso l’immagine che attraverso la sostanza, tornare alle fonti può essere un atto quasi controcorrente. Anche per questo ho scritto I tre Classici del Taijiquan di Wang, Wu e Li, un libro dedicato a chi sente il bisogno di approfondire l’arte in modo più autentico, riflessivo e radicato.


