CRISI GLOBALE
Un collasso ontologico: quando l’uomo tradisce sé stesso
Siamo immersi in un’epoca di crisi globale che non può più essere definita semplicemente “crisi democratica”. Qui non si tratta solo di politica o economia, ma di qualcosa di molto più profondo: una crisi dell’essere stesso, un collasso ontologico in cui l’individualismo sfrenato ha superato ogni limite, arrivando a cancellare persino il nostro istinto di sopravvivenza.
Abbiamo sempre pensato che il progresso fosse sinonimo di evoluzione (in merito puoi anche leggere: L’adattamento umano è davvero il migliore che ci sia in natura?), ma cosa significa “evolversi” quando ciò che ci circonda viene distrutto con metodica brutalità? Abbiamo sostituito l’armonia con l’egoismo, la comunità con la competizione, il rispetto con la sopraffazione. Ci vantiamo delle nostre conquiste scientifiche e tecnologiche, ma ogni giorno distruggiamo il fondamento stesso della nostra esistenza: la natura, la nostra unica vera madre.
Quella natura che ci ha generato, che ci nutre e ci sostiene, viene ripagata con la devastazione. Invece di vivere in simbiosi con essa, come hanno sempre fatto le culture tradizionali più antiche, la trattiamo come un oggetto da sfruttare e consumare.
Laozi già nel Dao De Jing (cap. 25) ci avvisava:
L’uomo segue la via della Terra. La Terra segue la via del Cielo. Il Cielo segue la Via del Dao. Il Dao segue la via della Natura (sé stesso).
Ma oggi l’uomo non segue più la Terra. La calpesta con brutalità, la devasta, la trasforma in qualcosa di estraneo e innaturale. Il distacco tra noi e il mondo e la natura delle cose è diventato così profondo che ormai non lo percepiamo nemmeno più come una perdita.
L’idea stessa di interconnessione con il pianeta e con gli altri esseri viventi viene vista come un concetto obsoleto, inutilmente romantico, addirittura utopistico. Ma come possiamo pensare di vivere senza la nostra origine? Come possiamo tradire così profondamente la nostra stessa essenza?
La trama del libro – i fili con cui l’autore riesce magistralmente a legare gli avvenimenti del vasto mondo con i sentimenti, le paure, le sofferenze e le speranze di tutti noi – si basa sul fatto che i rapporti tra gli umani sono sempre più o meno direttamente mediati dai loro legami con la terra, intendendo con questa parola quell’involucro superficiale – fatto di atmosfera, acqua, suolo e primo sottosuolo – che avvolge il pianeta Terra e lo rende vivibile.
Nel libro i legami con la terra sono evidenti dove si parla di biodiversità, pandemie, riscaldamento globale, mondo vegetale, diaspore mediterranee, frontiere, conflitto israeliano-palestinese e altro ancora. Ma leggendo vedremo anche che i nostri attuali rapporti con la terra sono legati a una storia precedente (una geostoria) che ci parla di colonialismo, imperialismi, capitalismo, globalizzazione, predominio della cultura occidentale, razzismo, genocidi, despotismi, terrorismo.
Però non si allarmi il lettore: nel libro a queste cose sconfortanti se ne oppongono altre molto positive, come l’universo femminile, la poesia, la profezia, l’ascolto degli altri, il dialogo, la convivenza, la cooperazione, la pluralità culturale, il cosmopolitismo…
dalla Prefazione di Giuseppe Dematteis
Il cortocircuito della iperconnessione: più collegati e meno umani
In parallelo alla distruzione della natura, un altro fenomeno sta accelerando il degrado della nostra umanità: la falsa connessione portata dalla digitalizzazione.
Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente connessi, visibili e rintracciabili da chiunque, eppure non siamo mai stati così profondamente soli. Credo che i marinai polinesiani che navigavano l’oceano osservando le stelle, le nuvole e le correnti marine si sentissero meno soli e più connessi di quanto non si senta oggi l’umanità. Essi almeno seguivano il ritmo della natura cercando di sentirlo e interpretarlo. La globalizzazione digitale ci ha trasformati in spettatori della nostra stessa vita, una vita svuotata e depauperata dalla sua stessa essenza, relegandoci a un’esistenza virtuale priva di autenticità.
Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva perfettamente questa condizione:
I social network insegnano l’arte di disimparare l’arte della conversazione.
Non solo abbiamo smesso di comunicare nel senso più profondo del termine, ma abbiamo perso il valore stesso dell’incontro. Ci illudiamo di far parte di una comunità globale, mentre in realtà non abbiamo più nemmeno un ruolo nelle nostre comunità locali ormai disgregate.
La solitudine interiore è ormai una pandemia silenziosa. Sempre più persone si sentono isolate, inutili, anonime. Siamo dispersi in un oceano di voci indistinte, eppure non troviamo nessuno con cui parlare davvero.
E in questo vuoto esistenziale, proliferano narrazioni distorte, come l’ossessione per la colonizzazione di Marte. Pensiamo di poter sfuggire alle conseguenze della nostra distruzione rifugiandoci su un altro pianeta, ignorando persino l’evidenza scientifica:
1. A stento siamo in grado di tornare sulla Luna.
2. Anche nelle migliori condizioni, Marte sarebbe per noi un inferno rispetto all’Eden terrestre che stiamo devastando.
Siamo diventati come moderni Icaro tecnologici, convinti di poter volare sempre più in alto, senza renderci conto che le nostre ali digitali sono fatte ancora di cera.
Il maestro Thich Nhat Hanh ci esortava a tornare alla consapevolezza del nostro corpo e del nostro pianeta:
Cammina come se baciassi la terra con i piedi.
Ma noi non camminiamo più. Corriamo, fuggiamo, ci disperdiamo. E in questa fuga senza direzione, perdiamo la nostra stessa essenza.
Il risveglio del Dao: ricordare chi siamo
Se vogliamo trovare una via d’uscita da questa crisi profonda, non possiamo limitarci a soluzioni superficiali o tecnologiche. La risposta non sta nel progresso materiale, ma nel ritorno alla nostra vera natura. Abbiamo bisogno di riaccendere dentro di noi una consapevolezza che abbiamo dimenticato: non siamo entità separate, ma manifestazioni di un unico principio universale.
Nel corso della storia, ogni grande tradizione spirituale ha cercato di esprimere questa verità in modi diversi. Alcuni lo hanno chiamato Dio, altri Brahman, altri ancora lo hanno descritto come Energia, Pneuma o il Dao. Ma la verità è sempre la stessa: ogni cosa segue un ordine naturale, un’armonia che va rispettata e compresa, non violata. Noi non siamo esseri separati dal mondo, ma parte di un tutto, dell’universo. Il problema è che abbiamo smesso di sentirlo.
Cristo riassumeva questa stessa verità nel comandamento fondamentale:
Ama il prossimo tuo come te stesso.
(Marco 12:31)
Ma cosa significa davvero? Non è solo una regola morale, come interpretata dai più, è un’indicazione profonda: l’altro non è separato/diverso da te. Ferire un altro essere è ferire te stesso. Distruggere la natura è distruggere il nostro stesso equilibrio interiore. E volendo ribadire il concetto con parole vicine all’idea cristiana: fare del male a una qualsiasi forma di vita è fare del male a Dio stesso, dato che ogni cosa è un’emanazione di Dio.
Buddha nel Metta Sutta ci ricorda:
Come una madre protegge il suo unico figlio, così sviluppa un cuore senza limiti verso tutti gli esseri.
Se solo riuscissimo a vedere la realtà in questo modo, smetteremmo di considerare la Terra un oggetto di sfruttamento e gli altri esseri umani come avversari o strumenti. Riconosceremmo che tutto ciò che esiste—dalla formica alla semplice pietra, dal bambino all’orso, dall’albero alla stella marina—è un’unica emanazione del Tutto.
Ma qui sorge una domanda: se siamo parte del Tutto, perché ci siamo allontanati da esso?
La risposta risiede nella nostra stessa coscienza, capace di descrivere e analizzare grazie alla logica e all’immaginazione. Tutti strumenti della mente straordinari, che ci permettono di esplorare e descrivere l’universo, ma portano con sé un pericolo: se ci identifichiamo solo con il pensiero, perdiamo il contatto con l’esperienza diretta della realtà.
Sebbene noi siamo emanazioni di un universo che sperimenta sé stesso anche attraverso a nostra coscienza, questo non ci deve distaccare da esso, ovvero da quel che siamo (In merito ti potrebbe anche interessare leggere: L’universo indaga sé stesso: ogni cosa è un’espressione del Tutto).
Più cerchiamo di descrivere l’infinito, più lo perdiamo. Le parole, i concetti, le teorie – tutto questo è utile, ma è solo un’ombra della verità. È come cercare di afferrare l’acqua con le mani: più stringiamo, più ci sfugge.
Non a caso Laozi nel cap. 1 del Dao De Jing ci dice:
Il Dao che può essere espresso con parole non è l’eterno Dao.
Il nome che può essere nominato non è il vero Nome.
Per questo dobbiamo tornare al Dao, non come concetto astratto, ma come esperienza vissuta. Non si tratta di credere in qualcosa come fede ottusa, ma di sentire, di sperimentare. Essere nel mondo, senza separazione.
La triplice Via: Corpo, Mente, Spirito
Se vogliamo riscoprire questa connessione perduta, il cammino non può essere solo intellettuale. La consapevolezza deve passare anche attraverso il corpo e lo spirito. Potremmo dire che la nostra vita dovrebbe articolarsi in tre fasi fondamentali:
1. Intelletto descrittivo – La fase in cui analizziamo, studiamo, cerchiamo di comprendere. È fondamentale, ma non deve essere l’unico approccio alla realtà. Einstein, uomo di scienza, ci avvertiva:
Non possiamo risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati.
2. Corpo sensoriale – Dobbiamo tornare ad abitare il nostro corpo, a sentire il mondo con i sensi, a essere presenti. Pratiche come il Tai Chi (nella sua versione meditativa), lo Yoga, la camminata buddhista, la contemplazione della natura, sono strumenti per risvegliare questa consapevolezza.
3. Spirito meditativo – Questa è la fase più sottile, in cui impariamo a guardare oltre i pensieri, a connetterci con il silenzio interiore. Il Vangelo di Luca ci dice:
Il Regno di Dio è dentro di voi.
(Luca 17:21)
Se non recuperiamo queste tre dimensioni—la comprensione, la presenza corporea e la quiete interiore—rimaniamo prigionieri di un’esistenza frammentata (In merito ti potrebbe interessare anche l’articolo: Gli strumenti di indagine per il risveglio spirituale).
Viviamo in una società che esalta l’intelletto, ma ignora il corpo e lo spirito. Ci viene insegnato a ragionare, a descrivere, a catalogare, ma non a sentire a percepire. Siamo diventati menti che fluttuano in un mondo virtuale, scollegate dalla fisicità, dalla terra, dalla realtà concreta e quindi dalla vita altra.
Abbiamo bisogno di esperienze che ci riportino all’essenza. Il Tai Chi, ad esempio, è un perfetto equilibrio tra movimento, meditazione e osservazione/imitazione della natura. Non è solo un’arte marziale, come credono la maggior parte delle persone, è un modo per riconnettersi con il ritmo naturale dell’universo.
Allo stesso modo, la meditazione non è solo una pratica spirituale, ma una necessità per la mente moderna, continuamente sovraccarica di stimoli. Se non creiamo spazi di silenzio interiore, rimaniamo prigionieri del rumore mentale.
E poi c’è il cuore. La scienza ha scoperto che il cuore non è solo un muscolo, ma un vero e proprio centro di intelligenza. L’HeartMath Institute ha rilevato che nel cuore ci sono tra i 14.000 e i 50.000 neuroni, capaci di influenzare le emozioni e la percezione del mondo. Questo significa che il cuore non è solo un simbolo poetico: è realmente un centro di coscienza.
Ma non è l’unico. Anche la pancia ospita un vero e proprio “secondo cervello”: il sistema nervoso enterico, che conta circa 200 milioni di neuroni. La ricerca ha dimostrato che l’intestino comunica costantemente con il cervello, influenzando l’umore, lo stress e persino il processo decisionale. Non a caso, si parla di “sentire le cose di pancia”: non è solo un modo di dire, ma una realtà biologica.
Eppure, la nostra società è interamente costruita sul dominio del cervello razionale. Diamo ascolto solo alla mente analitica, soffochiamo l’intuizione, ignoriamo la saggezza del cuore e della pancia.
Come possiamo cambiare questa situazione?
Come procedere? Con una rivoluzione silenziosa.
Non serve un cambiamento improvviso o rivoluzionario, illusorio e inapplicabile. Serve un lento, costante ritorno all’essenza. Alcuni passi fondamentali possono essere:
• Scollegarsi quanto più possibile dai social network e dai media in generale, per ridurre l’inquinamento mentale e recuperare la presenza nel mondo reale.
• Coltivare relazioni reali, creare spazi di comunità, tornare a sentire il valore della condivisione e della fratellanza.
• Praticare discipline che uniscano corpo e mente, come il Tai Chi, la meditazione, la camminata buddhista, lo Yoga.
• Dare ascolto al cuore e alla pancia, non solo metaforicamente, ma concretamente. Imparare a fidarsi dell’intuizione, delle emozioni più profonde.
• Creare momenti di silenzio quotidiano, per fermarsi, respirare, riscoprire chi siamo davvero.
Il nostro compito non è cambiare il mondo intero. Il nostro compito è cambiare noi stessi, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto.
Tagore scriveva:
L’albero è la poesia che la terra scrive verso il cielo.
Noi siamo quella poesia. Siamo ancora in tempo per tornare a casa. Non una casa fatta di cemento e mattoni, ma la casa della nostra vera essenza.


