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Taijiquan stile Yang: hai compreso davvero ciò che pratichi?

Antichi manuali cinesi di Taijiquan stile Yang con testi tradizionali e strumenti per la calligrafia

Il Taijiquan stile Yang è oggi il ramo più diffuso dell’arte nel mondo. Ma per lo stesso motivo è anche uno dei più esposti a semplificazioni, reinterpretazioni e fraintendimenti.

Nel corso del Novecento la sua enorme diffusione ha prodotto un fenomeno comprensibile: un metodo nato all’interno di una trasmissione marziale relativamente ristretta è diventato progressivamente accessibile a migliaia, poi milioni di praticanti, attraversando scuole, associazioni, istituzioni sportive, università, programmi per la salute e, più recentemente, social network e piattaforme digitali.

Questa espansione ha permesso al Taijiquan di sopravvivere e diffondersi ben oltre il proprio contesto originario. Ma ogni grande diffusione comporta anche un rischio: ciò che viene trasmesso a molti tende inevitabilmente a essere ridotto e banalizzato.

Nel caso dello stile Yang, questa semplificazione ha finito spesso per coincidere con una vera e propria ridefinizione dell’arte: lentezza, morbidezza, rilassamento, fluidità, benessere.
Sono tutte qualità realmente presenti nel Tai Chi ma non sono, da sole, il Taijiquan.

Nei testi tradizionali collegati alle prime generazioni della famiglia Yang emerge un quadro molto più articolato: struttura, centralità, radicamento, distinzione fra vuoto e pieno, continuità, ascolto, aderenza, trasformazione della forza, emissione, capacità di neutralizzazione, uso integrato del corpo e pratica delle armi.

La morbidezza non coincide con la debolezza. La lentezza non costituisce il fine ultimo del metodo. Il rilassamento non significa abbandonare la struttura. E la forma non dovrebbe ridursi alla riproduzione esteticamente corretta di una sequenza come avviene nell’ambito sportivo della materia qui trattata.

Questo tema è approfondito in “Classici e scritti tradizionali del Taijiquan stile Yang”, attraverso la traduzione e il confronto diretto con i testi della tradizione Yang e con le principali fonti storiche dello stile.

Yang Chengfu e il problema delle semplificazioni successive

Una parte significativa delle interpretazioni moderne dello stile ruota inevitabilmente intorno alla figura di Yang Chengfu. Il ruolo di questo Maestro nella diffusione del Taijiquan è stato enorme. La forma ampia e regolare associata alla sua trasmissione è divenuta, nel corso del Novecento, uno dei modelli più riconoscibili dell’intera arte.

Proprio questa diffusione ha però contribuito alla nascita di una lettura riduttiva rispetto a quello che questo Maestro insegnava. Molti hanno detto di essere detentori del suo lignaggio, mentre lo tradivano durante l’insegnamento.

Difatti, secondo una narrazione relativamente comune, prima di Yang Chengfu sarebbe esistito un Taijiquan più rapido, marziale, difficile e completo, mentre con lui il metodo sarebbe stato trasformato in una pratica più lenta, morbida e orientata alla salute.

Una lettura simile può contenere solo alcuni frammenti di verità storica — le modalità di insegnamento cambiano realmente da una generazione all’altra — ma diventa problematica quando viene trasformata in una spiegazione generale dell’evoluzione dello stile.

I testi legati alla tradizione di Yang Chengfu non descrivono infatti un sistema svuotato della propria dimensione marziale. Vi troviamo, al contrario, continui riferimenti alla struttura, alla capacità di aderire e seguire, alla distinzione fra vuoto e pieno, al controllo del centro, alla comprensione della forza, all’emissione e alla necessità di coordinare l’intero corpo marziale.

Ciò suggerisce una distinzione fondamentale. Una cosa è ciò che Yang Chengfu trasmise. Ben altra cosa è ciò che, nel corso delle generazioni successive, venne effettivamente ricevuto, compreso, conservato e insegnato.

Attribuire automaticamente al Maestro le semplificazioni prodotte dalla successiva diffusione del suo metodo significa confondere l’origine di una trasmissione con la storia delle sue successive trasformazioni.

Lignaggio non significa necessariamente comprensione

Nelle arti marziali tradizionali il lignaggio ha un valore reale. Sapere da chi proviene un insegnamento, attraverso quali maestri è passato e in quale contesto storico è stato trasmesso costituisce un elemento importante per comprendere l’evoluzione di un metodo.

Il problema nasce quando il lignaggio smette di essere uno strumento di ricostruzione storica e diventa una certificazione automatica di competenza. Una genealogia può essere autentica e una trasmissione tecnica può essere incompleta o non compresa. Le due cose non si escludono.

Essere stati allievi di un maestro non significa necessariamente avere ricevuto tutto ciò che quel maestro conosceva; allo stesso modo, appartenere formalmente a una determinata linea non garantisce che ogni qualità del metodo sia stata conservata senza modificazioni.

La trasmissione di un’arte corporea dipende da numerosi fattori: durata dello studio, livello raggiunto, capacità dell’allievo, modalità dell’insegnamento, contesto storico, rapporto personale con il maestro e possibilità concreta di verificare nel corpo ciò che viene trasmesso.

Con il passare delle generazioni è quindi possibile che alcune qualità vengano mantenute, altre trasformate e altre ancora perdute.
Questo processo è perfettamente normale nella storia di ogni arte complessa. Diventa problematico soltanto quando ciò che non è più compreso viene successivamente dichiarato inesistente, inutile oppure appartenente esclusivamente a un altro ramo.

È proprio in questo punto che le fonti scritte possono svolgere una funzione importante. Non possono ricostruire da sole una capacità corporea perduta, ma possono almeno impedire che la memoria storica venga interamente riscritta sulla base di ciò che una determinata scuola pratica oggi.

Quando la genealogia diventa identità

Esiste poi un fenomeno ancora più delicato. Le genealogie marziali non vengono sempre raccontate in modo neutrale.
Scuole, famiglie e insegnanti hanno talvolta costruito la propria identità attraverso la rivendicazione di una maggiore vicinanza a un metodo “originario”, “segreto”, “antico” o “autentico”.
In questo processo, la linea di Yang Chengfu è stata qualche volta descritta come una versione già impoverita dello stile, proprio perché divenuta la più visibile e diffusa. È un meccanismo facilmente comprensibile anche sul piano commerciale.

Ciò che è raro appare più prezioso. Ciò che è segreto sembra più profondo. Ciò che viene presentato come precedente alla versione maggiormente diffusa acquisisce immediatamente un’aura di maggiore autenticità.

Ma la storia delle arti marziali è raramente così banale. Una tradizione meno conosciuta non è automaticamente più antica.
Una sequenza di movimenti esterni in apparenza più complessi non è necessariamente più autentica.

Una trasmissione familiare non è necessariamente completa. E una pratica molto diffusa non deve essere necessariamente superficiale nella propria origine.
Per questi motivi i lignaggi dovrebbero essere studiati, non venerati.

Praticare una forma non significa necessariamente comprenderne il metodo

Il problema più importante, tuttavia, non è storico ma bensì pratico. È possibile praticare per anni una forma Yang e comprendere solo parzialmente il metodo che dovrebbe sostenerla. Si possono memorizzare perfettamente le posture, conoscere le denominazioni tradizionali e sviluppare un movimento esteticamente fluido senza avere criteri sufficientemente chiari per verificare ciò che avviene realmente nel corpo.

Che cosa significa distinguere vuoto e pieno? Che cosa significa realmente percepire il song? Quando una struttura è rilassata e quando invece è semplicemente collassata? Qual è la differenza fra cedere e neutralizzare? Che cosa significa aderire senza irrigidirsi? In quale modo l’intenzione guida il movimento? Come viene trasmessa la forza attraverso una struttura integrata? Perché i testi insistono così frequentemente sulla centralità, sulla continuità e sulla capacità di trasformare?

Sono solo alcune delle domande che cambiano completamente il modo di guardare una forma. Senza questi criteri incarnati, il rischio è che la sequenza diventi progressivamente una coreografia. Una coreografia magari elegante, complessa e piacevole da praticare, ma sempre più distante dal metodo che dovrebbe esprimere.

“Classici e scritti tradizionali del Taijiquan stile Yang”

Non si può imparare il Taijiquan leggendo. Un testo non può correggere un bacino, modificare una struttura, insegnare il contatto o trasmettere una qualità interna. La trasmissione corporea rimane indispensabile.

Ma i testi possono svolgere un’altra funzione, altrettanto importante: offrire criteri di verifica. Possono costringere il praticante a confrontare ciò che gli è stato insegnato con ciò che le fonti effettivamente descrivono.

Possono mostrare che un concetto considerato moderno era già presente nelle generazioni precedenti.

Possono rivelare che una traduzione apparentemente innocua ha modificato profondamente il significato di un termine.

Possono distinguere ciò che appartiene a una fonte antica da ciò che è stato aggiunto successivamente.

E, soprattutto, possono rendere evidente la distanza fra una forma esteriormente corretta e il sistema di principi che quella forma dovrebbe allenare.

Tornare alle fonti non significa quindi fare archeologia marziale, significa utilizzare il passato per interrogare la pratica presente.

A cosa servono allora i testi tradizionali?

È da questa esigenza che nasce “Classici e scritti tradizionali del Taijiquan stile Yang”. Non dall’intenzione di stabilire quale scuola possieda la versione “vera”. Non dal desiderio di costruire un’ulteriore ortodossia. E nemmeno dalla convinzione che tutto ciò che è antico debba essere necessariamente migliore di ciò che è moderno.

Il criterio è un altro: tornare ai documenti, confrontarli, tradurli nel modo più preciso possibile e provare a comprendere cosa ci dicano realmente del metodo.

Il volume raccoglie e commenta una selezione dei materiali più significativi legati alle prime generazioni della famiglia Yang e alle principali linee attraverso le quali questi insegnamenti sono stati conservati.

Accanto ai testi teorici trovano spazio i manuali tramandati attraverso la famiglia Wu, gli scritti dedicati ai principi del corpo e del contatto, i materiali sulle armi e uno studio approfondito sulla linea di discendenza delle prime generazioni Yang.

Il risultato non restituisce l’immagine di uno stile debole, puramente lento o esclusivamente salutistico. Restituisce invece un sistema rigoroso, costruito intorno alla capacità di eliminare l’eccesso senza perdere struttura, utilizzare la morbidezza senza trasformarla in passività e rendere progressivamente meno visibile il lavoro interno senza rinunciare alla sua efficacia.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dello stile Yang. Ciò che appare semplice non è necessariamente semplice. Ciò che non viene mostrato esteriormente non è necessariamente assente.

E ciò che è stato interiorizzato può essere molto più difficile da riconoscere di ciò che viene apertamente esibito. Per questo, dopo molti anni di pratica, la domanda più utile potrebbe non essere: “Quale nuova forma dovrei imparare?” Ma piuttosto: “Ho realmente compreso ciò che sto già praticando?” È soprattutto a questa domanda che il libro prova a fornire nuovi strumenti per rispondere.