Taiji Gate

Dalla società dalla violenza a quella della convivenza

violenza di genere

Oltre le Etichette: Riscoprire l’Umanità in un’Epoca di Oggettivazione

Viviamo in un’epoca caratterizzata da una profonda crisi dell’identità umana. Mai come oggi, le persone sono diventate oggetti — non solo agli occhi degli altri, ma soprattutto ai propri. L’oggettivazione dell’essere umano è una piaga sociale e psicologica che si manifesta in maniera pervasiva, minando le basi stesse della convivenza civile, dell’empatia e del rispetto reciproco.

La società degli oggetti umani

Nel mondo contemporaneo, dominato dai social media, dal culto dell’apparenza e da una narrazione consumistica dell’esistenza, si assiste a un processo inquietante: le persone non sono più viste come esseri viventi dotati di emozioni, esperienze e dignità, ma come strumenti da usare, valutare, scartare.

Questa visione distorta genera una cascata di conseguenze tragiche: stupri, femminicidi, violenza giovanile, abusi sugli anziani. Questi fenomeni hanno una radice comune: la perdita della capacità di riconoscere l’altro come essere umano. L’altro diventa “una cosa”, da usare quando serve e da eliminare quando non serve più.

Ama il prossimo tuo come te stesso

Gesù di Nazareth (Matteo 22:39, Bibbia CEI)

L’essenza di questa massima cristiana, valida universalmente, è completamente tradita quando l’altro viene ridotto a un oggetto. Il rispetto nasce solo se vediamo nell’altro una persona, non una funzione.

L’etichetta come gabbia

Il processo di oggettivazione comincia da un meccanismo subdolo ma potentissimo: l’etichettamento. Le persone non sono più viste per ciò che sono, ma per ciò che appaiono. L’altro diventa “bello”, “brutto”, “utile”, “inutile”, “vecchio”, “nuovo”, “sano”, “malato”. L’etichetta prende il posto dell’identità.

Ma ciò che spesso sfugge è che questo stesso processo parte da dentro: dall’oggettivazione di sé. Se mi vedo come un oggetto da mostrare, un corpo da scolpire per piacere agli altri, allora anche gli altri li percepirò come corpi da valutare, da desiderare, da possedere.

Chi conosce gli altri è intelligente; chi conosce sé stesso è illuminato.

Laozi, Tao Te Ching, cap. 33

Laozi ci invita a una riflessione profonda: solo conoscendo sé stessi possiamo uscire dall’inganno dell’apparenza e tornare a riconoscere l’umanità negli altri.

Daodejing – Scritto in una lingua asciutta e aspramente lirica, esso ha esercitato nell’arco di una lunghissima storia un’influenza inversamente proporzionale alla sua brevità, diffondendosi ben oltre i confini cinesi in Oriente come in Occidente e ispirando una sconfinata letteratura esegetica. Pervaso di una potenza evocativa senza pari, il “Daodejing” esplora l’inesplorabilità del Dao fino a lambire il precipizio che s’affaccia sull’origine del cosmo, aprendo squarci improvvisi sull’arcana natura di quella forza che permea l’intero mondo, assumendo i tratti della Madre da cui traggono origine i Diecimila Esseri.

Il corpo come vetrina

Ecco allora che l’identità viene confusa con l’immagine. Il tatuaggio non è più espressione di un percorso, ma una decorazione per apparire “più attraente” o “più minaccioso”. La palestra non è uno strumento per il benessere psico-fisico, ma una fabbrica di corpi da esibire. La chirurgia estetica non serve a guarire, ma a conformarsi a modelli irreali diffusi da influencer e algoritmi.

Tutto questo comunica un messaggio chiaro: “Io sono un oggetto da desiderare”. Ma quando una persona è un oggetto, allora può essere comprata, venduta, scartata.

Guai a colui che opprime l’altro, anche fosse con il pensiero.

Maometto (hadith riportato da Al-Bukhari)

Il Profeta dell’Islam ci ricorda che l’ingiustizia non nasce solo dall’azione, ma anche dalla percezione. Se concepiamo l’altro come un oggetto, stiamo già compiendo un atto di oppressione.

Giovani e anziani: due facce dello stesso pregiudizio

Uno degli effetti più deleteri dell’oggettivazione è la guerra generazionale. I giovani vengono esaltati come simbolo di energia, ma spesso considerati “incompleti”. Gli anziani, al contrario, sono visti come “guasti”, “superati”, inutili. È la logica del prodotto: nuovo = utile, vecchio = scarto.

Ma questa è una visione profondamente sbagliata. L’anziano porta in sé l’esperienza della vita, una ricchezza che nessun giovane può possedere. Il giovane, dal canto suo, ha la forza della trasformazione. Entrambi sono essenziali. Entrambi sono esseri viventi, non oggetti da valutare.

Non disprezzare il vecchio, poiché anch’egli fu come te. E anche tu, se vivrai, sarai come lui.

Siracide 8:6, Bibbia CEI

La trappola del possesso

Un’altra manifestazione del pensiero oggettivante è la dinamica del possesso, specialmente nelle relazioni affettive. “Avere” una donna giovane è considerato un trofeo per un uomo anziano, mentre un giovane che “non riesce ad avere” una partner è visto come uno “sfigato”. Il linguaggio del possesso è insidioso, perché trasforma l’altro in proprietà.

È in questo contesto che il patriarcato continua a prosperare: non perché le donne siano inferiori, ma perché vengono percepite come oggetti da avere, da esibire, da usare.

La donna è la sorella dell’uomo.

Maometto (hadith sahih riportato da Al-Tirmidhi)

Anche nel Corano e nella tradizione profetica, la donna è vista come pari dell’uomo, non come proprietà. Ma nella società contemporanea, spesso le donne cadono nella trappola dell’auto-oggettivazione, trasformandosi in “bambole” per assecondare un sistema che le disumanizza.

Superare le categorie: una nuova visione dell’essere

Persino le categorie di “uomo” e “donna”, “gay”, “lesbica”, “trans”, rischiano di diventare etichette riduttive se usate per creare opposizione anziché comprensione. Il punto non è negare le differenze, ma riconoscere che ogni persona è prima di tutto un essere umano, unico e irripetibile.

Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino.

Marco Aurelio (filosofo stoico)

In un’ottica unitaria, nessuno è meno o più importante. Tutti condividiamo la stessa natura vitale. Etichettare l’altro serve solo a dividere, e la divisione è sempre uno strumento di potere.

Colloqui con sé stesso – Possiamo considerare i Colloqui con sé stesso come una raccolta di meditazioni sull’uomo, la sua vita, il suo rapporto con il cosmo, redatte nella forma di “esercizi spirituali” finalizzati all’autoterapia, all’autodisciplina e all’autodidattica del saggio stoico. E in particolare, come la testimonianza di una pratica, anch’essa tipicamente stoica, dell’esame di coscienza quotidiano. La visione disincantata della condizione umana e del suo destino di morte/trasformazione., la ritroviamo nella Ginestra e in diversi passi dello Zibaldone di Leopardi.

Il vero nemico: il dominio attraverso le divisioni

Chi trae vantaggio dalla disumanizzazione? Chi ha interesse a mantenere le persone divise in categorie, in competizione, in guerra tra loro? Coloro che vogliono dominare, manipolare, governare le masse attraverso l’ignoranza e il conflitto.

L’etichetta è una catena invisibile. E chi si libera da essa, diventa pericoloso: perché non è più controllabile, non è più prevedibile, non è più manipolabile.

Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.

Carl Gustav Jung

L’equilibrio come rivoluzione

La vera rivoluzione non è nella lotta tra identità, ma nell’equilibrio interiore. Quando smettiamo di vederci come oggetti, e iniziamo a vivere come esseri interi, capaci di amare, di comprendere, di rispettare, allora iniziamo a guarire. Inizia la vera pace: non quella delle armi deposte, ma quella dei cuori riconciliati.

La vittoria più grande è quella su sé stessi.

Buddha (Dhammapada, verso 103)

Questa consapevolezza è il primo passo per un mondo nuovo. Un mondo dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. Dove le persone non sono cose da possedere, ma esseri con cui entrare in relazione.

Vita di Siddhartha, il Buddha – La cronaca sublime della vita del Principe Sid-dhartha, colui che divenne l’Illuminato, il Bud-dha, colui che per primo riconobbe e sconfisse la legge del divenire fermando la ruota del samsara, colui che indicò agli esseri viventi la via della pace e della liberazione.

Conclusioni

Rinunciare all’oggettivazione è un atto di coraggio. Significa guardarsi dentro e vedere il proprio valore al di là dell’apparenza. Significa riconoscere nell’altro non un oggetto, ma un compagno di viaggio nella stessa esperienza chiamata vita.

Solo così potremo liberarci dalle catene delle etichette, degli stereotipi, dei modelli imposti. E costruire una società davvero umana, dove il rispetto, l’equilibrio e la connessione sostituiscono la paura, il possesso e la divisione.