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Fragilità della specie umana: l’intelligenza che conduce al declino

fragilità della specie umana

La specie Homo Sapiens esiste, secondo la scala del tempo organizzata dai Sapiens stessi, da appena 300.000 anni, un battito di ciglia rispetto alla lentezza che hanno le trasformazioni geologiche.
Se consideriamo che la durata media di una specie sulla Terra si aggira intorno ai 5 milioni di anni, prima di estinguersi, non possiamo che domandarci: quanto a lungo sopravviveremo noi? Considerando attentamente l’andamento attuale, la risposta sembra tutt’altro che rassicurante. Infatti siamo lontani dal dimostrare quella longevità tipica di specie ben integrate nei loro ecosistemi. Anzi, tutto sembra indicare che stiamo rapidamente percorrendo la strada verso il nostro stesso declino.

Eppure, siamo la specie che si vanta di avere la maggiore intelligenza. Diciamo di essere l’unica specie ad aver costruito labirinti di cemento – ovvero le città moderne – strumenti sofisticati e tecnologie che ci consentono di esplorare lo spazio. E questa intelligenza che ci ha fatto fare grandi progressi sembra portarci al contempo verso la rovina. Questo ci dice che come specie siamo in preda a un delirio dell’ego, che è molto peggio della banale “arroganza”.

Ci percepiamo al di sopra di tutto il resto e non siamo in. grado di abbandonare l’idea assurda di essere le creature più speciali di un universo che nemmeno conosciamo – ma del quale ci piace tanto teorizzare. Come se non bastasse, non capiamo — o meglio: vogliamo evitare di ricordare a noi stessi — che il fondamento dell’esistenza non è il dominio, non è la sopraffazione e non è la sopravvivenza del più forte. La vita si regge su una rete di collaborazione, di interconnessione tra specie. Non sul trionfo di un individuo o di una singola specie sulle altre.

Il paradosso dell’intelligenza umana

In natura, la forza può, in taluni casi (non è difatti una costante), certamente portare alla sopravvivenza immediata, ma nel lungo termine è la cooperazione a garantire la continuità della vita sulla Terra.
Il leone più forte può dominare gli altri individui del suo branco, ma senza la sopravvivenza delle prede e senza l’aiuto degli altri esemplari della sua famiglia allargata, finirà per morire di fame, di sete  o per qualche malattia. Ergo, la forza è una funzione che se vista nella complessità del sistema vita, può essere ritenuta una delle tante variabili momentanee.
Ogni organismo vive grazie a un equilibrio creatosi da una pluralità e diversità di specie, non grazie alla supremazia.

Gli esseri umani, invece, si sono specializzati nello sfruttare, razziare e distruggere il loro ambiente naturale, ritenendosi i più forti e pensando che la natura fosse una risorsa illimitata, un contenitore da cui attingere senza limiti. Ma la natura non è un magazzino colmo di viveri. È un organismo vivo, complesso, interdipendente.

Il risultato della visione predatoria e suprematista, nonché specista, umana non tarda a manifestarsi: la perdita di biodiversità, il collasso degli ecosistemi, il cambiamento climatico. Segnali inequivocabili che la strada intrapresa ci conduce dritti verso la stessa sorte di alcuni popoli del passato, come i Maya, la civiltà di Angkor, quella della Valle dell’Indo e il collasso di vichinghi in Islanda.

Lì, il sovrasfruttamento delle risorse naturali, unito a cambiamenti climatici e scelte non sostenibili, portò al collasso di intere società, incapaci di adattarsi a un ambiente ormai da loro stesse impoverito e quindi divenuto ostile.

Un destino che sembra riflettersi su scala globale nella società odierna.

Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Sono molte le civiltà del passato che parevano solide e che invece sono scomparse. E se è successo nel passato, perché non potrebbe accadere anche a noi? Diamond si lancia in un ampio giro del mondo alla ricerca di casi esemplari con i quali mettere alla prova le sue teorie. Osserva somiglianze e differenze, storie e destini di antiche civiltà (i Maya, i Vichinghi, l’Isola di Pasqua), di società appartenenti al Terzo Mondo (Ruanda, Haiti, Repubblica Dominicana) o che nel giro di un solo secolo si sono impoverite, e individua le cause principali che stanno dietro al collasso: degrado ambientale, cambiamento climatico, crollo dei commerci, avversità dei popoli vicini, incapacità culturali e politiche di affrontare i problemi.

La saggezza antica e la mancata riuscita della trasmissione

Le antiche scuole di pensiero orientali — in particolare il buddhismo delle origini (VI-V secolo a.C.) e il daoismo classico sviluppatosi in Cina nello stesso periodo — avevano intuito una verità profonda e universale: vivere chiusi nell’illusione dell’ego, nella credenza di essere entità separate dal flusso della vita, è la radice primaria della sofferenza, della confusione mentale e della distruzione individuale e collettiva.

Nel buddhismo, il Buddha storico insegnò che l’attaccamento a un’idea di sé autonomo (attaccamento al sé) è all’origine della sofferenza (dukkha) e che la realtà è invece costituita da un continuo processo di interdipendenza (pratītyasamutpāda). Il superamento di questa illusione porta alla liberazione (nirvāṇa).
Parallelamente, il taoismo antico, attraverso testi come il Tao Te Ching di Laozi (VI-V secolo a.C.) e il Zhuangzi di Zhuang Zhou (IV secolo a.C.), insegnava che l’armonia si raggiunge soltanto riconoscendo la propria inscindibile unità con il Dao, il principio naturale che guida e contiene ogni cosa. Considerarsi separati dal Dao conduce all’alienazione, alla sofferenza e al disordine.

Entrambe le tradizioni invitavano a superare l’illusione dell’io isolato per riscoprire l’interconnessione profonda con tutto ciò che esiste — intuizione che oggi trova eco anche in alcune riflessioni scientifiche contemporanee, come quelle nell’ambito dell’ecologia profonda e della biologia delle reti naturali.

(Per chi desidera approfondire: si possono consultare testi come il Samyutta Nikaya (raccolta di discorsi del Buddha), il Tao Te Ching di Laozi, e il Zhuangzi, capolavoro della filosofia daoista.)

Nonostante gli insegnamenti di alcuni grandi illuminati del passato, la gran parte degli esseri umani rimase, e rimane tuttora, prigioniera delle proprie false credenze generate da un certo intelletto, figlio dell’ego.
I pochi che riuscivano a risvegliarsi venivano onorati come Buddha o grandi saggi, ma il loro messaggio non riuscì a permeare la struttura della società, basata su potere, conquista, dominio. Una struttura della società profondamente sbagliata che è continuata a crescere sino a diventare prevalente.

Il diamante che recide l’illusione. Commento al Sutra del diamante della Prajnaparamita – In questo libro, il Sutra del Diamante — uno dei testi fondamentali della tradizione buddhista Mahayana — viene esplorato e commentato con chiarezza e profondità. Il Sutra, noto per il suo linguaggio paradossale e per la sua capacità di “recidere” ogni costruzione mentale rigida, guida il lettore verso la comprensione diretta della vacuità di tutte le cose. Attraverso un commento illuminante e accessibile, il testo aiuta a svelare l’illusione dell’ego e della separazione, mostrando come ogni identificazione concettuale sia un ostacolo alla vera saggezza.
“Il diamante che recide l’illusione” non è solo un’analisi filosofica, ma un invito a vivere con mente aperta, libera da attaccamenti e paure, seguendo l’antica via della Prajnaparamita — la perfezione della saggezza. Un’opera preziosa per chi desidera approfondire la meditazione, la filosofia buddhista e il cammino verso l’autentico risveglio.

La nuova consapevolezza: una speranza nella “scienza saggia”

Oggi, in un’epoca dominata per lo più dalla tecnologia lo scenario sembra persino peggiorare. Solo alcuni scienziati, in particolare coloro che studiano il mondo vegetale, stanno giungendo a intuizioni che ricordano quelle antiche verità spirituali e filosofiche.

Studi recenti dimostrano che le piante comunicano tra loro, si aiutano reciprocamente, avvertono la presenza di pericoli e reagiscono in modo collettivo.
Le radici degli alberi intrecciano reti sotterranee attraverso cui scambiano nutrienti e informazioni — un vero e proprio “internet” verde — per proteggere la salute della foresta intera e quindi tutti quanti gli eeseri viventi, noi umani inclusi. E non si tratta di romanticismo o metafore: ma di biologia osservabile, verificabile.

La vita funziona attraverso la cooperazione, non attraverso la competizione cieca.

Queste scoperte mettono in crisi l’idea dominante secondo cui la “legge del più forte” sarebbe il motore naturale della vita. Al contrario ci dicono che dobbiamo cambiare paradigma dato che l’evoluzione favorisce chi sa collaborare meglio, non chi impone un dominio discriminante.

È come se una parte della scienza moderna, a piccoli passi, stesse riscoprendo ciò che anticamente era considerato essere “illuminati”.

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La nazione delle piante – «In nome della mia ormai pluridecennale consuetudine con le piante, ho immaginato che queste care compagne di viaggio, come genitori premurosi, dopo averci reso possibile vivere, vengano a soccorrerci osservando la nostra incapacità a garantirci la sopravvivenza. Come? Suggerendoci una vera e propria costituzione su cui costruire il nostro futuro di esseri rispettosi della Terra e degli altri esseri viventi. Sono otto gli articoli della costituzione della Nazione delle Piante, come otto sono i fondamentali pilastri su cui si regge la vita delle piante, e dunque la vita degli esseri viventi tutti.»

Oltre l’illusione dell’io separato

Nella cultura occidentale, l’idea di “santità” si è spesso sovrapposta a quella di sofferenza e di sacrificio. Ma l’illuminazione o il “risveglio” (a tal proposito puoi leggere: Cosa è l’illuminazione?), così come la intendevano i buddhisti e i daoisti, non ha nulla a che vedere con il martirio.
Non si tratta di annullarsi per amore del prossimo, ma di riconoscersi nel prossimo, di vedere nell’altro — pianta, animale, essere umano — una parte di sé. Quindi di non considerare sé stessi superiori alla vita altra.

Quando si dissolve l’illusione dell’io separato, si comprende che danneggiare il mondo equivale a danneggiare sé stessi. Allora l’amore per la vita non nasce dalla morale o dal dovere (che è un amore finto perché figlio della mente), ma da una naturale, spontanea intuizione di unità che è figlia del cuore.

Purtroppo, il nostro sistema sociale, educativo ed economico non favorisce questo tipo di consapevolezze. Al contrario, insegna che primeggiare, separare e competere è l’unica via. E scegliendo questa falsa e illusoria strada anziché quella della collaborazione, scaviamo un po’ di più la nostra fossa evolutiva.

Una scelta ancora possibile?

Siamo davvero condannati all’estinzione? Non possiamo saperlo. La storia è piena di sorprese e non siamo in grado di prevedere i mutamenti che ci attendono, le variabili sono troppe da considerare per il piccolo intelletto umano.

La cosa certa è che, se vogliamo avere una possibilità di vivere anche solo un milione di anni su questo pianeta — e non appena 300.000 — dovremo abbandonare il mito della forza, del dominio, della separazione.

Dovremo riscoprire quella che alcuni chiamavano illuminazione, altri saggezza naturale, altri ancora amore per la vita. E dovremo farlo in fretta.

Non si tratta di un atto di bontà ma di un semplice sopravvivenza consapevole. Di scegliere se vogliamo essere ricordati come la specie più arrogante e stupida mai comparsa sulla Terra, o come la prima che ha avuto il coraggio di cambiare rotta.

Potrei dire che “il tempo stringe”, ma non credo nella linearità del tempo (puoi leggere in merito: Il tempo, il Dao e l’illusione della linearità). Tuttavia, posso affermare con certezza che, come specie, stiamo imponendo trasformazioni rapide e devastanti alla vita sulla Terra, accelerando il nostro cammino verso l’estinzione. Eppure, la scelta di come finirà l’esistenza della nostra specie non è ancora completamente scritta; una parte di questa decisione è ancora nelle nostre mani.

Dovremmo tornare a rispettare, osservare e contemplare la natura, in particolare gli alberi e le piante, per capire qual è il modo più funzionale di esistere.

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