Sfide agli animali nella storia umana
Nel corso della storia umana, più o meno recente (qualche migliaia di anni), non sono pochi gli individui che hanno voluto sfidare in combattimento gli animali. Basta pensare alla corrida con i tori (nasce da antichi riti religiosi iberici e romani con sacrifici di tori. In epoca medievale si trasforma in spettacolo popolare, soprattutto in Spagna), o a tentativi tanto maldestri quanto stupidi, di persone che hanno cercato di fare boxe con orsi, canguri, scimmie e così via. Episodi tristemente documentati, tramandati o trasformati in leggende che fanno sorridere solo superficialmente, ma che, se analizzati più a fondo, rivelano una matrice di ignoranza e arroganza tutta umana. L’emblema di una disconnessione profonda con il senso autentico della vita e della nostra appartenenza alla natura.
La trasformazione della lotta in “sport” nei tempi più recenti
Ciò detto, gli esseri umani sono l’unica specie così stupida da avere trasformato la lotta – che troviamo anche in natura e che lì ha una funzione ben precisa e limitata – in uno sport nel quale esaltare il concetto di forza e machismo violento. In natura si “combatte” per gioco quando si è cuccioli, come parte dell’apprendimento motorio e sociale, e solo per estrema necessità quando si è adulti. Combattimenti per riprodursi, altri per il dominio su una piccola porzione di territorio, e chiaramente gli scontri tra prede e predatori: tutti momenti funzionali a un equilibrio più grande, che non ha nulla a che vedere con la spettacolarizzazione della violenza. Al di là di queste motivazioni, qualsiasi animale si guarda bene dal combattere per “divertimento”, con lo scopo di infliggere a sé stesso (involontariamente) e agli altri danni potenzialmente permanenti o addirittura letali. Pensate ai gladiatori del Colosseo, un’attività che qualcuno, recentemente, ha persino pensato di recuperare, come se fosse qualcosa da onorare o da portare avanti in chiave “storico-culturale”. In realtà, è solo l’ennesima prova di una mente malata che non riesce a distinguere tra memoria e ripetizione cieca della barbarie.
La visione limitata dell’essere umano
L’essere umano guarda solo una piccola porzione della realtà che lo circonda. Questo perché è uno stupido che si crede intelligente, ovvero la prerogativa di ogni sciocco. La vera intelligenza dovrebbe includere la consapevolezza dei propri limiti, l’umiltà di riconoscere ciò che non si sa, la capacità di ascoltare la vita nelle sue infinite forme. Invece, ci si concentra su cose banali come la supremazia, convinti che sia la cosa più importante, e non ci si accorge che, nel complesso disegno della natura, il “conflitto/supremazia” è una piccola variabile momentanea, non la costante che tiene in piedi il sistema vita.
La vita sul pianeta Terra si fonda, ed è frutto, di interconnessioni e collaborazione, non di scontro e supremazia. Gli ecosistemi prosperano quando ogni elemento coopera, si adatta, si modula sull’altro. Ogni essere vivente, dalla pianta all’animale, partecipa a una danza sottile dove l’equilibrio è tutto. Ma l’umano, nella sua cecità egoica, ha voluto distinguersi, porsi al di sopra, rompere gli equilibri per sentirsi potente. Ha costruito un mondo in cui il successo si misura con la conquista, il profitto, la capacità di imporsi, senza rendersi conto che, nel farlo, scava la propria fossa. E la scava ridendo, convinto di essere furbo.
Plant revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro – Una pianta non è un animale. Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica..
L’intelligenza umana come trappola dell’ego
Ma gli umani “tanto intelligenti”, in realtà, si comportano come dei macachi che hanno semplicemente acquisito la consapevolezza di essere dominanti sul mondo. Non è cambiata la base istintiva: è semplicemente stato messo un abito linguistico sopra un comportamento primitivo. Un aspetto che ha amplificato i lati negativi dell’essere primitivi, anziché smorzarli. Il risultato è un cervello che potrebbe evolversi verso un’entità custode rispettosa della vita, “guardiano” amorevole della biosfera, ma che rimane invece ingabbiata nella trappola dell’ego: una bolla autoreferenziale. Qualcuno, non a caso, la chiama “mente scimmia”: un cervello che salta da un pensiero all’altro, da un desiderio all’altro, da una paura all’altra, senza mai fermarsi, senza mai ascoltare davvero. Una mente che vuole solo dominare, ottenere, conquistare, senza mai comprendere.
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Una specie al limite dell’autodistruzione
Non è quindi una coincidenza il fatto che ogni specie terrestre abbia una vita media di circa cinque milioni di anni, mentre noi umani, dopo soli 300.000 anni, siamo già vicini al collasso. E, paradossalmente, non vogliamo rendercene conto. Anzi, facciamo di tutto per accelerare questo processo, accecati dal nostro mito del progresso tecnico e della crescita infinita. Questo perché la nostra “intelligenza”, a quanto pare, non vuole spingersi oltre il saper adoperare e trasformare le cose per dominare gli altri. Non riusciamo ad andare oltre questo come specie, e quindi possiamo definirci, senza margine di errore, i più stupidi di tutti. Perché la vera intelligenza sarebbe quella di fermarsi, di riflettere, di trovare soluzioni armoniche, non distruttive. Ma noi continuiamo a creare problemi che poi cerchiamo di risolvere con strumenti ancora più pericolosi. Per lo più combattendo anche tra di noi, portando sofferenza, morte e distruzione.
Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali? – Dai viaggi in aereo ai telefoni cellulari, dall’alfabetizzazione all’obesità, la maggior parte di noi dà per scontate alcune caratteristiche della modernità, ma per la quasi interezza dei suoi sei milioni di anni di vita la società umana non ha conosciuto nulla di tutto ciò. E se il baratro che ci divide dai nostri antenati primitivi può apparirci incolmabile, osservando le società tradizionali ancora esistenti, o esistenti fino a poco tempo fa, possiamo farci un’idea di com’era il nostro antico stile di vita. Società come quella degli abitanti degli altipiani guineani ci ricordano che, in termini evoluzionistici, le cose sono cambiate soltanto di recente, e questo libro ci offre un affascinante ritratto di prima mano di ciò che per decine di migliaia di anni è stata la vita dell’umanità, soffermandosi sul significato che le differenze fra quel passato ormai quasi scomparso e il nostro presente hanno per l’uomo di oggi.
I pochi che si risvegliano
Sono migliaia di anni che esseri umani risvegliati, illuminati, santi o come si preferisce appellare persone con un livello di coscienza più profondo della massa, mettono in guardia l’umanità. Perché di questo si tratta. Essere risvegliati non è avere super poteri divini utili a fare “miracoli” e “magie”, ma uno stato di consapevolezza più ampio, che vede oltre l’apparenza, oltre le illusioni dell’io separato, oltre la mente duale oppositiva. Queste persone, in ogni epoca, in ogni cultura, hanno indicato la via dell’unione, della compassione, della consapevolezza del Tutto. Hanno parlato di interconnessione, di amore, di rispetto per ogni forma vivente. Ma le loro parole sono state trasformate in dogmi, credenze, fede e apparati di potere religiosi e politici. Ovvero: tutto il contrario di ciò che indicavano costoro e che ancora oggi indicano. Purtroppo sono migliaia di anni che a risvegliarsi sono sempre troppo pochi, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, almeno di coloro che vogliono vedere.
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Chi non vuole vedere continua a ripetere gli stessi errori, convinto che basti cambiare il linguaggio, i mezzi, i simboli per cambiare davvero. Ma non si cambia il mondo con una nuova app, con una nuova ideologia, con una nuova religione, con l’idea di un nuovo dio, se il cuore dell’uomo resta lo stesso: chiuso, impaurito, violento. La vera rivoluzione è interiore, e finché la specie umana non lo capirà, continuerà a chiamare “progresso” la corsa verso il precipizio.
Oggi il richiamo è urgente. Non è tempo di fare finta di niente. Non è tempo di sorridere con sufficienza davanti a parole come “anima”, “coscienza”, “unione”, “rispetto per la vita”. È tempo di fermarsi, ascoltare, sentire. Perché ogni giorno che passa, mentre celebriamo la nostra superiorità tecnologica, perdiamo un’occasione di evolvere davvero.
Siamo ancora in tempo? In tempo per cosa? Per salvare noi stessi. Perché state pur certi che quando noi Sapiens scompariremo, la vita sulla Terra (e altrove) si organizzerà senza problemi. Per salvarci dobbiamo accettare di smettere di combattere per il gusto di combattere. Dobbiamo cessare il conflitto interiore. Solo se capiamo che il vero valore non è nella vittoria, ma nella comprensione. Non nella supremazia, ma nella connessione. Solo se iniziamo a vivere come parte di un insieme e non come padroni ciechi e arroganti di un mondo che ci sopporta a fatica.
La domanda non è, quindi, “possiamo salvarci?”, ma: “vogliamo davvero cambiare?”. Perché se la risposta è sì, dobbiamo cominciare da dentro.
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