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Oltre il divino – Riscoprire l’umanità dei Maestri

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La tendenza a divinizzare i maestri del passato

Da tempo mi interrogo su un fenomeno che attraversa culture, religioni e sistemi spirituali: la tendenza a divinizzare gli esseri umani del passato che hanno espresso un livello di saggezza fuori dal comune. Il processo è così diffuso da sembrare inevitabile. Buddha Shakyamuni diventa un semidio, Gesù un’incarnazione in terra di Dio, Laozi un personaggio mitologico. Eppure, più ci avviciniamo alle fonti storiche, più emerge una verità sorprendentemente semplice: nessuno di questi maestri voleva essere venerato. Nessuno voleva essere trasformato in un oggetto di culto. Tutti cercavano, invece, di offrire un cammino possibile, umano, concreto.

Come la divinizzazione rende i maestri inarrivabili

La divinizzazione produce un effetto psicologico chiaro: allontana. Trasforma un essere umano, con la sua carne, i suoi dubbi superati, le sue conquiste interiori, in una statua. E una statua non parla, non sbaglia, non si piega, non sanguina. Soprattutto non invita all’imitazione, ma all’adorazione. Così Buddha è stato trasformato in un idolo da pregare, e Gesù in una figura perfetta di cui ci si limita a invocare la protezione come fosse un dio. Entrambi, però, hanno insegnato tutt’altro, e questo è stato spesso dimenticato proprio da quelle strutture religiose che affermano di portare avanti il loro messaggio.

Buddha invitava a camminare sul sentiero dell’osservazione e della comprensione; Gesù mostrava, con parole e azioni, che ciò che faceva lui potevano farlo anche gli altri, forse persino meglio. Ma la mente umana preferisce il mito alla responsabilità, perché il mito chiede fede; la responsabilità, invece, chiede trasformazione e autocritica, due processi che l’ego rifiuta in ogni modo, costruendo una protezione di sé che può assumere molteplici volti solo in apparenza diversi tra loro.

Quando trasformiamo un maestro in un essere soprannaturale, smettiamo di sentirci coinvolti nel suo esempio. Ci autoassolviamo. “Lui era speciale, io — o tu — no”. “Lui aveva un dono, io o tu non possiamo farci nulla”. E così chiudiamo la porta a quell’evoluzione che è invece un potenziale naturale dell’essere umano. Un’evoluzione che deve partire dallo sgretolamento delle certezze pregresse e dalla messa in discussione di quel personaggio che abbiamo faticato tanto per imparare a interpretare.

Talvolta quel personaggio è il risultato psicologico di un dolore mai davvero risolto o, al massimo, solo apparentemente accettato. Altre volte è la conseguenza dell’allineamento con la dimensione precostituita della realtà: quel livello di programmazione culturale, familiare, esperienziale e biologica di cui ogni essere umano è vittima e partecipante allo stesso tempo. È proprio dentro questa trama condizionante che l’evoluzione personale dovrebbe fare breccia, ma è anche da qui che nasce il bisogno di mitizzare il maestro, per evitare di guardare dentro ciò che andrebbe invece trasformato.

Le intuizioni dei saggi come patrimonio dell’umanità

La verità è che molte intuizioni dei grandi saggi sono diventate parte della coscienza collettiva non perché erano soprannaturali, ma perché la società è un’entità che, se pur lentamente, evolve. Ciò che ieri era un lampo di genio oggi è un’evidenza etica per milioni di persone. Basti pensare all’idea che ogni essere possiede dignità: oggi la diamo quasi per scontata, ma è una conquista recente nella storia umana. Allo stesso modo, la sensibilità verso gli altri esseri viventi – ciò che oggi chiamiamo anti-specismo – non è nata perché qualcuno ha ricevuto un’illuminazione mistica, ma perché l’empatia si è allargata progressivamente. Il Buddha parlava di non nuocere agli esseri senzienti se non è necessario (puoi approfondire questo, leggendo anche: Nutrizione, un’espressione del Tutto) in un’epoca in cui questo pensiero era rivoluzionario. Oggi quell’intuizione sta entrando nella coscienza comune, anche se lo fa più lentamente di quel che ci si potrebbe aspettare.

Lo specismo come limite della coscienza contemporanea

Mi è capitato recentemente di uccidere istintivamente dei moscerini e subito dopo ho provato un disagio sincero. Un piccolo gesto automatico ha richiamato all’attenzione una domanda molto più grande: quanto è radicato ancora oggi lo specismo nella nostra mentalità? Raccontare una sensazione del genere, ovvero aver provato empatia per dei moscerini, fa sorridere molti, se non addirittura provocare una risata di scherno. Eppure, se lasciamo che la derisione sostituisca la sensibilità, ci mettiamo sulla strada di un cambiamento etico che prima o poi diventerà inevitabile. La compassione non è sentimentalismo, è un’estensione della coscienza.

Siamo tutti uguali, ma non tutto è moralmente equivalente

Potremmo dire allora che “siamo tutti uguali” non come slogan morale, ma come percezione profonda: ognuno, nel suo passaggio nel mondo, attraversa gioie, dolori, cadute e ascese nella ricerca di un equilibrio. La vera compassione nasce quando riusciamo a vedere questa dinamica negli altri, non come concetto astratto, ma come esperienza condivisa. In questo senso, sentire che ognuno, noi compresi, siamo “straordinari”, non è un’illusione narcisistica: è il riconoscimento della dignità di ogni percorso, con le sue fratture, le sue svolte, le sue vie.

Alcuni libri consigliati sulla tematica affrontata in questo articolo

1. Buddha – Una vitaKaren Armstrong

2. Il pensiero del BuddhaRichard Gombrich

3. Gesù. Il ribelleReza Aslan

Il fraintendimento moderno sulla sospensione del giudizio

Questo non significa, però, livellare tutto. Non significa che poiché siamo tutti uguali nella nostra essenza, allora non esistano scelte etiche in armonia con la vita e altre in dissonanza. La confusione tra uguaglianza ontologica e uguaglianza morale è uno dei danni più gravi dell’interpretazione moderna della spiritualità. Si sente dire spesso che “un vero illuminato non giudica”: ma questa idea è un fraintendimento che non trova fondamento né nel buddhismo antico, né nel cristianesimo delle origini, né nel daoismo. Il Buddha non mancava di distinguere ciò che conduce alla sofferenza da ciò che la allevia. Gesù non esitava a denunciare l’ipocrisia o la violenza. Laozi criticava i governanti e le persone corrotte. Nessuno di loro era neutrale di fronte al male. La differenza sta nel modo: l’illuminato giudica l’azione, ma non condanna la persona. Comprende l’ignoranza che genera quella condotta, ma non la legittima. La compassione non sospende la morale, la chiarisce.

Il falso mito dell’illuminato silenzioso

Un altro fraintendimento diffuso è la figura dell’illuminato silenzioso, immobile, sorridente e distante dal mondo, come se la vera saggezza coincidesse con una sorta di neutralità emotiva, un distacco dal flusso della vita della quale si fa parte. Questa immagine appartiene più ai poster motivazionali della new age e di talune sette che hanno smarrito la bussola. Non è mai stato il messaggio delle tradizioni originarie. Il Buddha parlava, argomentava, dibatteva e correggeva. Gesù insegnava instancabilmente attraverso parabole e ammonimenti. Laozi ha lasciato un testo guida che è colmo di critiche e riflessioni sulla natura della società e dell’uomo. L’idea che un maestro debba limitarsi a “dare l’esempio” e non esprimersi deriva dalla tendenza moderna a trasformare la saggezza in un’estetica, non in un impegno. Il maestro che parla ci mette in difficoltà, quello che sorride soltanto è più facile da adorare, seguire, perchè è più innocuo per il nostro ego.

Umanità, emozioni e responsabilità

La spiritualità autentica non è una fuga dall’esistenza concreta, ma un affondo più profondo dentro di essa. Non è neutralità, è lucidità. Non è sospensione delle emozioni, ma presenza nelle emozioni senza esserne dominati. Non è rinuncia alla parola. Non è un’aura di perfezione innaturale, ma umanità raffinata. Il Buddha piangeva la morte dei discepoli; Gesù versava lacrime su Gerusalemme; Laozi esprimeva profonda tristezza per la decadenza dei tempi. La gioia non era assenza di dolore: era uno stato di fondo, non una maschera.

Il vero nodo è questo: siamo abituati a credere che la spiritualità richieda di smettere di essere umani. E invece è il contrario. Richiede di esserlo pienamente. Richiede la responsabilità di scegliere come esistere. A livello naturale siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma a livello sociale e morale non siamo equivalenti. Le scelte hanno peso e definiscono chi siamo durante il passaggio nel mondo materiale. Il karma, se togliamo la componente metafisica, è semplicemente questo: una catena di conseguenze di azioni e pensieri che divengono parole che a loro volta auto influenzano l’ego che le ha fatte emergere.

Non siamo tenuti a diventare santi, soprattutto se per “santo” intendiamo un essere inarrivabile, perfetto, fuori dalla portata. Ma possiamo diventare persone più consapevoli, più lucide, più compassionevoli. E questo ci avvicina ai maestri molto più di qualsiasi venerazione. Il loro vero insegnamento non era: “guardatemi e adorate”. Era: “guardatevi dentro e crescete”.

L’unico modo per onorare davvero quel che è stato il percorso di molti – non solo di Buddha e Gesù – è smettere di renderli statue e cominciare a vederli come esseri umani che hanno aperto sentieri nei quali possiamo camminare anche noi. Non per imitarli ciecamente, ma per scoprire nella nostra esperienza quotidiana lo stesso nucleo di autenticità a cui loro hanno dedicato la vita. La spiritualità non è la costruzione di una gerarchia tra esseri umani speciali e massa comune. È il riconoscimento di una comune possibilità di crescita. Una possibilità che non richiede miracoli, ma sincerità. E la sincerità è sempre un cammino umano, terribilmente umano.