Perché “Qi Gong” è un termine tanto famoso quanto sorprendentemente banale?
Chiunque si avvicini alle arti interne cinesi sente quasi subito parlare di Qi Gong. Oggi il termine è ovunque: scuole, libri, corsi, centri benessere, ospedali cinesi e perfino palestre. Così il termine è diventato sinonimo di esercizi dolci, respirazione, salute e rilassamento.
Eppure esiste un problema: il “Qi Gong” non è il nome di una disciplina specifica. È semplicemente un enorme contenitore linguistico. Anzi, storicamente parlando, è persino un contenitore relativamente recente.
Comprendere questo aspetto permette di evitare uno dei più grandi equivoci che caratterizzano oggi il mondo delle pratiche interne cinesi.
“Qi Gong” non è un’arte antica
Contrariamente a quanto viene spesso raccontato – da persone che parlano senza sapere di cosa parlano – non esisteva nell’antichità una disciplina chiamata “Qi Gong”.
Alcune pratiche che oggi vengono raccolte sotto questa etichetta esistevano da oltre duemila anni, ma erano conosciute con nomi molto diversi:
Dao Yin (導引), esercizi di guida del corpo e del respiro (la più antica);
Tu Na (吐納), tecniche respiratorie;
Xing Qi (行氣), circolazione del Qi;
Yang Sheng (養生), nutrimento della vita;
Nei Gong (內功), coltivazione interna;
Nei Dan (內丹), alchimia interna;
e numerosi altri metodi appartenenti alle tradizioni daoiste, buddhiste, mediche e marziali.
Il termine Qi Gong (氣功) divenne invece di uso comune soltanto negli anni Cinquanta del Novecento, durante la Repubblica Popolare Cinese. Fu promosso principalmente dal medico Liu Guizhen (劉貴珍) nell’ambito della nascente “terapia del Qi Gong” (Qigong Liaofa, 氣功療法), con l’obiettivo di raccogliere sotto un’unica denominazione numerose pratiche di coltivazione del corpo provenienti da tradizioni differenti al fine di renderle semplici e per tutti. L’ovvio risultato fu una banalizzazione e/o storpiatura di tali pratiche.
In altre parole, il termine moderno è estremamente più giovane delle pratiche che pretende, in vano, di descrivere.
Cosa significa davvero “Qi Gong”?
Letteralmente:
Qi (氣) = soffio, respiro, energia vitale;
Gong (功) = lavoro, esercizio, abilità coltivata attraverso una pratica costante.
La traduzione più comune è quindi: “lavoro con il Qi”, oppure “coltivazione dell’energia vitale”.
È una traduzione corretta, ma è proprio qui che nasce il problema.
Perché allora il termine è diventato così popolare?
Per un motivo estremamente pratico negli anni Cinquanta il governo cinese cercava una terminologia unitaria, laica e facilmente comunicabile che permettesse di presentare alcune vecchie pratiche come strumenti di prevenzione e salute, svincolandole dal loro linguaggio tradizionale precedente.
Come è noto, ogni nuovo regime tende a prendere le distanze dalla terminologia e dai simboli del passato, semplificando le tradizioni e costruendo un nuovo linguaggio funzionale all’identità che intende promuovere. Anche il nascente governo della Repubblica Popolare Cinese seguì questa logica, favorendo la diffusione del termine qigong (氣功) come denominazione generale di pratiche che, fino ad allora, erano conosciute attraverso nomi molto più specifici. (*nota).
“Qi Gong”, per la gran parte dei cinesi, divenne quindi una sorta di marchio ombrello sotto il quale riunire sistemi provenienti dalla medicina tradizionale, dal daoismo, dal buddhismo e dalle arti marziali. Da allora il termine si è diffuso in tutto il mondo. Ma la sua enorme popolarità non coincide con una vera tradizione.
Il vero problema nasce quando il contenitore viene scambiato per il contenuto
Dire che due persone praticano Qi Gong non significa nulla. È come dire che due persone praticano sport. Uno potrebbe essere un maratoneta e un altro un sollevatore di pesi olimpico. Entrambi fanno sport ma il contenuto delle loro pratiche è completamente differente.
Allo stesso modo, sotto il nome “Qi Gong” oggi convivono esercizi medici, pratiche daoiste, sistemi marziali, metodi respiratori, visualizzazioni, meditazioni statiche, esercizi posturali, così come centinaia di pratiche assolutamente inutili travestite da antiche e tradizionali.
E, ironia della sorte, spesso hanno finalità, principi e metodologie persino incompatibili tra loro.
Sebbene “Qi Gong” si riveli oggi un termine estremamente generico, capace di racchiudere pratiche molto diverse tra loro, nella scuola Taiji Gate continuiamo a utilizzarlo come linguaggio comune.
Dato che “Qi Gong” è una parola ormai entrata nell’uso corrente, rappresenta un utile punto di partenza per dialogare con chi si avvicina per la prima volta alle discipline interne cinesi.
Dietro questa etichetta, tuttavia, proponiamo percorsi fondati su principi ben più specifici e coerenti con la tradizione da cui derivano.
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Se non è davvero “Qi Gong”, allora di cosa stiamo parlando?
Perché preferiamo parlare di Nei Gong
All’interno della scuola Taiji Gate il termine che descrive meglio gran parte del lavoro svolto che insegno è Nei Gong (內功).
La traduzione letterale è: “coltivazione interna” oppure “lavoro interno”. L’attenzione non è più rivolta genericamente al Qi, ma alla trasformazione dell’intero sistema umano: postura; struttura; respirazione; rilascio delle tensioni superflue; lavoro sulla risposta conscia e inconscia; equilibrio; lavoro sugli organi e sui 5 elementi; coordinazione; elasticità; integrazione corpo-mente; e via dicendo…
Il Qi (energia vitale) rappresenta quindi soltanto una componente del processo, non l’intero processo.
Quando diventa più corretto parlare di Nei Dan?
In alcuni percorsi ancora più specifici, soprattutto quelli derivati dalla tradizione daoista, il termine più corretto diventa Nei Dan (內丹).
La traduzione letterale è “alchimia interna”. Qui l’obiettivo non consiste semplicemente nel migliorare salute o postura, ma nella trasformazione interiore dell’individuo attraverso metodologie estremamente articolate sviluppatesi nel corso dei secoli all’interno delle scuole daoiste.
Ridurre tali pratiche alla semplice etichetta “Qi Gong” significa perdere gran parte della loro profondità storica e culturale.
E quando è corretto parlare di Dao Gong?
Quando il lavoro appartiene specificamente alla tradizione daoista, il termine Dao Gong (道功) risulta spesso ancora più preciso.
Esso identifica pratiche nate all’interno del contesto monastico daoista, nelle quali coltivazione del corpo, meditazione, respirazione e sviluppo interiore costituiscono aspetti inseparabili della stessa Via (Dao, 道).
Anche in questo caso, “Qi Gong” rappresenta soltanto una semplificazione moderna.
* Nota: Un processo analogo, seppur sviluppatosi in modo differente, si è verificato anche in India durante il periodo della colonizzazione britannica. Molte delle pratiche oggi amate in Occidente e ritenute espressioni immutate di un’antichissima tradizione sono, in realtà, il risultato di profonde reinterpretazioni avvenute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. In numerosi casi non si è trasformata soltanto la pratica, ma anche il quadro filosofico che originariamente la sosteneva.
Nel corso del Novecento questo processo è stato ulteriormente accentuato dalla diffusione della cultura New Age, che ha sovrapposto a tradizioni nate in contesti storici e culturali ben precisi un immaginario fatto di energie misteriose, poteri nascosti e concetti “magici”, spesso estranei alle fonti originali – risultato di ignoranza pressappochismo culturale e eurocentrismo storico.
Il risultato è che molte discipline oggi vengono presentate attraverso cliché moderni che finiscono per oscurarne la natura autentica: percorsi estremamente concreti, pragmatici e orientati all’esperienza diretta, ben lontani dalle interpretazioni esoteriche con cui sono frequentemente commercializzati. La cosa più grave è che il ruolo imperialista europeo e statunitense riuscì persino a convincere le culture prese in prestito di una nuova visione delle loro stesse pratiche. Il risultato è un buddhismo che non parla più della coscienza del Buddha e sette pseudo orientali che parlano con le parole del cristianesimo recente.
La conseguenza forse più profonda di questo processo è che l’influenza culturale esercitata dall’imperialismo europeo e, successivamente, da quello statunitense non si è limitata a modificare la percezione occidentale di queste tradizioni, ma ha finito per influenzare anche il modo in cui molte comunità orientali hanno iniziato a interpretare il proprio patrimonio culturale. In numerosi casi, pratiche e sistemi di pensiero sono stati progressivamente riformulati per adattarsi alle aspettative del pubblico occidentale, fino a essere reimportati nei Paesi d’origine in una forma già trasformata.
Ne deriva è un panorama nel quale non è raro incontrare un buddhismo che dedica sempre meno spazio all’indagine diretta della coscienza e dell’esperienza indicata dal Buddha storico, privilegiando invece narrazioni più rassicuranti o devozionali; oppure movimenti pseudo-orientali che, pur utilizzando terminologia cinese, giapponese o sanscrita, finiscono per esprimere categorie concettuali e modalità di pensiero profondamente influenzate dalla spiritualità occidentale contemporanea e, talvolta, persino da schemi derivati dal cristianesimo moderno. Distinguere le fonti storiche dalle loro successive reinterpretazioni non significa svalutare le evoluzioni culturali, ma comprendere con maggiore consapevolezza ciò che si sta realmente praticando e trasmettendo.
Puoi approfondire ulteriormente l’argomento nella pagina Cosa è il Qi Gong

