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La filosofia del Taijiquan: perché molti non la comprendono

filosofia del Taijiquan

Perché il Tai Chi non può essere davvero compreso attraverso categorie occidentali

Comprendere pienamente un’arte significa innanzitutto comprendere la civiltà che l’ha generata. Può sembrare un’affermazione ovvia, eppure il suo opposto è l’errore più frequente commesso da chi si avvicina al Taijiquan (太極拳) e persino, in molti casi, da chi lo pratica da anni.

Ogni volta che una disciplina attraversa i confini della cultura che l’ha prodotta corre infatti un rischio inevitabile: essere reinterpretata attraverso categorie estranee, fino a perdere il proprio significato originario.

Accade nella filosofia, nella religione, nella medicina tradizionale, nell’arte e, inevitabilmente, anche nelle arti marziali.
Il problema nasce quando un’interpretazione culturalmente limitata pretende di sostituirsi alla tradizione che interpreta.

La psicologia cognitiva descrive bene questo meccanismo. Non osserviamo mai la realtà in modo neutrale: tendiamo a riconoscere ciò che possediamo già, mentre ciò che esce dai nostri schemi mentali viene facilmente ignorato, banalizzato oppure ricondotto forzatamente a qualcosa di familiare. È il motivo per cui due persone possono osservare lo stesso fenomeno e comprenderlo in modi completamente diversi.

Essendo il Taijiquan un’arte cinese tradizionale complessa, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo processo.
Molti praticanti occidentali vi si avvicinano partendo da ciò che già conoscono: boxe, lotta, arti marziali miste, sport da combattimento o altri sistemi moderni. È perfettamente naturale. Diventa però un grave errore metodologico quando queste discipline cessano di essere un termine di confronto e diventano il criterio con cui stabilire che cosa il Taijiquan dovrebbe essere.

È come voler giudicare la calligrafia cinese con i criteri della pittura rinascimentale o valutare un poema di Li Bai attraverso le regole della poesia latina. Il risultato non sarebbe una migliore comprensione dell’opera, ma soltanto un giudizio fondato su parametri che con quell’opera non hanno alcun rapporto.

Con il Taijiquan accade esattamente la stessa cosa.
Da oltre mezzo secolo molti ignoranti ripetono affermazioni secondo cui Yang Chengfu avrebbe “snaturato”, “ammorbidito” o addirittura “distrutto” il Taijiquan. Queste convinzioni vengono spesso ripetute con grande sicurezza, ma mai accompagnate da un serio studio delle fonti storiche, della genealogia della famiglia Yang o del contesto nel quale Yang Chengfu insegnò.

Il paradosso è evidente.
Molti di coloro che oggi criticano Yang Chengfu praticano sistemi che esistono proprio grazie alla straordinaria diffusione mondiale resa possibile dalla sua attività di insegnamento. Senza Yang Chengfu non avrebbero mai incontrato il Taijiquan. Criticarne l’eredità storica ignorandone il ruolo equivale a negare il presupposto stesso che ha permesso a questa tradizione di arrivare fino a loro.

A questa confusione se ne aggiunge un’altra, ancora più grave.
Si tende spesso a identificare il Taijiquan sportivo promosso nella Repubblica Popolare Cinese a partire dal 1956 con il metodo insegnato da Yang Chengfu tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. È un errore storico elementare.

Le forme semplificate create per la diffusione di massa e la competizione sportiva appartengono a un progetto politico e didattico nato molti anni dopo la morte di Yang Chengfu. Attribuire a lui tale trasformazione significa semplicemente ignorare la cronologia dei fatti.

Negli ultimi decenni, inoltre, si è diffusa la tendenza a contrapporre presunti “lignaggi segreti”, “vecchi metodi” o trasmissioni esclusive attribuite a Yang Banhou o Yang Shaohou al metodo pubblico di Yang Chengfu, come se esistessero due Taijiquan completamente diversi: uno autenticamente marziale e uno ridotto a semplice ginnastica.

Una simile rappresentazione può trovare conferme nel marketing da venditori di patacche, ma non certo nella documentazione storica. Le differenze individuali tra i membri della famiglia Yang sono sempre esistite, ma trasformarle nella contrapposizione tra un “vero Taijiquan” e un “Taijiquan falso” significa proiettare sul passato categorie moderne, spesso funzionali a costruire esclusività commerciale ed elitarismo.

Tali argomentazioni non si discostano intellettualmente dalla domanda che potrebbe fare un bambino di 5 anni: “tra la tigre e il leone chi vince?”.
Da questa deriva culturale – non così distante dagli stessi che sostengono la teoria della terra cava – provengono alcune domande molto infantili:

Chi vincerebbe tra il Taijiquan di Yang Chengfu e quello di tizio X? Tra il Taijiquan e la boxe? Tra il Taijiquan e le MMA? Tra un gorilla e 100 uomini?

Domande del genere non dimostrano nulla ma lo rappresentano bene. Dimostrano l’incapacità di distinguere tra una disciplina storica, un metodo di allenamento e le possibili prestazioni individuali di due esseri umani.
Con lo stesso criterio si potrebbe decidere quale sia la vera musica classica mettendo due violinisti a fare una gara di pugilato.

Nessuno storico, nessun antropologo e nessun ricercatore serio stabilirebbe l’autenticità di una tradizione sulla base di racconti aneddotici, sfide mai documentate – o che campano solo nella propria testa – e affermazioni come “il mio maestro avrebbe battuto il tuo”. Eppure, nel mondo delle arti marziali, questo modo di argomentare infantile continua a essere sorprendentemente diffuso.

La realtà è molto più semplice. Chi non possiede ancora categorie come fangsong (放鬆), ting (聽), jin (勁), radicamento, connessione, neutralizzazione o intenzione (yi, 意), osservando una forma tradizionale può vedere soltanto lentezza, rilassamento o apparente assenza di forza.

Chi invece ha realmente compreso il linguaggio del Taijiquan osserva esattamente gli stessi movimenti ma riconosce organizzazione strutturale, gestione delle pressioni, trasferimento del peso, controllo della distanza, sviluppo del jin e preparazione al combattimento.

L’oggetto osservato è identico. A cambiare non è il Taijiquan. È la capacità dell’osservatore di comprenderlo.

Nessuna arte nasce nel vuoto

Ogni arte marziale è figlia della civiltà che l’ha prodotta. La scherma italiana riflette la cultura dell’Europa rinascimentale; il kendō giapponese è profondamente influenzato dall’etica del bushidō e dalla cultura dei samurai.

Allo stesso modo, il Taijiquan nasce all’interno di una Cina nella quale, da oltre duemila anni, convivono e dialogano il pensiero daoista, il confucianesimo, il buddhismo e la cosmologia dello Yijing (易經).
Questo non significa che ogni maestro del passato fosse un filosofo. Vuole dire qualcosa di molto più semplice: respirava quel mondo.
Così come un europeo del Medioevo respirava il cristianesimo anche senza essere un teologo, un maestro cinese cresceva immerso in una cultura che interpretava il mondo attraverso concetti come yin e yang, mutamento, armonia, equilibrio, spontaneità, moderazione e coltivazione dell’essere umano.
Ignorare questo significa amputare il Taijiquan di una parte fondamentale della sua identità.

La forza coltivata dal singolo, nella cultura cinese, non coincide con l’aggressività

Uno degli equivoci più diffusi consiste nell’identificare la capacità di combattere con l’aggressività dell’occidentale moderno.

Questa equivalenza, nella tradizione cinese, semplicemente non esiste. Nel Daodejing (道德經), Laozi scrive:

Le armi sono strumenti infausti. Non sono gli strumenti del saggio.

Poco oltre aggiunge:

Il miglior guerriero non è bellicoso.

E ancora:

Chi eccelle nell’uso della forza non è violento.

Non si tratta di un invito al pacifismo di Mahatma Gandhi. Il Daodejing non nega la necessità del combattimento quando esso diventa inevitabile.

Invita invece a distinguere la capacità dall’aggressività, la forza dalla brutalità, il controllo dalla sopraffazione. Sono concetti profondamente diversi.

Anche Sunzi, nell’Arte della Guerra (孫子兵法), afferma che la vittoria più alta è quella ottenuta senza combattere. Non perché il combattimento sia impossibile. Ma perché il combattimento rappresenta il fallimento della soluzione migliore.

Il Taijiquan non è stato costruito per alimentare l’ego

Già nei primi Classici del Taijiquan – scritti in un periodo precedente alla nascita del Maestro Yang Chengfu – compare più volte un principio fondamentale. L’obiettivo dell’allenamento non consiste nel diventare più aggressivi. Consiste nel diventare sensibili, stabili, privi di tensioni, consapevoli e capaci di percepire il momento giusto.

La forza nasce dalla capacità di ascoltare, non dalla volontà di imporsi.
Per questo motivo il Tuishou (推手), spesso liquidato superficialmente come un esercizio inutile alla marzialità, rappresenta in realtà uno dei pilastri della formazione tradizionale marziale.

Non serve a dimostrare chi sia più forte – chi lo interpreta così è fuori strada – crea le basi per ascoltare il corpo dell’altro senza perdere il controllo del proprio.
L’avversario in tal senso smette di essere un nemico e diventa il mezzo attraverso cui comprendere sé stessi.
È un approccio molto distante dall’idea secondo cui ogni allenamento dovrebbe trasformarsi in una dimostrazione di superiorità come negli sport da combattimento occidentali.

I tre Classici del Taijiquan di Wang, Wu e Li

L’errore di interpretare il Taijiquan come fosse un sistema combattivo da ring

Talvolta si sente dire che il Taijiquan sarebbe semplicemente una “boxe cinese”. L’affermazione è corretta solo in parte.

Sì, il Taijiquan appartiene alla grande famiglia delle arti del combattimento a mani nude e armate. Ma ridurlo a questo significa ignorare tutto ciò che lo rende ciò che è.

La biomeccanica umana è universale. Un corpo efficiente genera forza secondo principi che ritroviamo in moltissime discipline. Questo non significa però che tutte le arti marziali siano uguali.

Un violinista e un pianista utilizzano gli stessi muscoli delle mani e nessuno direbbe che violino e pianoforte siano lo stesso strumento. Allo stesso modo, il Taijiquan condivide principi biomeccanici con altre discipline, ma li organizza all’interno di una logica, di un linguaggio e di una cultura completamente differenti.

Pensare di comprendere il Taijiquan partendo esclusivamente dal “fare a manate” sarebbe come cercare di spiegare la poesia cinese attraverso le regole della tragedia greca. Inevitabilmente andrebbe perduta del tutto l’essenza.

La forza autentica non ha bisogno di essere esibita

Lo Zhuangzi (莊子) racconta spesso di uomini la cui abilità consiste proprio nel non avere bisogno di dimostrarla. Il grande arciere non parla continuamente del proprio arco. Il grande artigiano non sente il bisogno di proclamare la propria superiorità. Il saggio non compete.

Questo non vuol dire che siano deboli, significa che il loro valore non dipende dal riconoscimento degli altri. Anche nel Taijiquan tradizionale, la competenza non coincide con l’esibizione della forza.
Chi ha realmente sviluppato controllo raramente sente il bisogno di umiliare chi ne possiede meno.

La sicurezza autentica non necessita di continue conferme. L’insicurezza invece sì.

Comprendere prima di giudicare

Esiste un principio metodologico valido per qualsiasi disciplina. Quando ci troviamo davanti a una tradizione che non comprendiamo, abbiamo due possibilità intelligenti:
la prima consiste nello studiarla. Approfondirne la lingua, la storia, la cultura e le fonti.
La seconda consiste semplicemente nel riconoscere che quella strada non ci appartiene e rivolgere altrove il nostro interesse.

Esiste però una terza possibilità, molto più pericolosa.
Prendere una tradizione che non si comprende – non necessariamente per colpa – reinterpretarla interamente attraverso categorie estranee e, infine, dichiarare che la tradizione originale fosse sbagliata.

Questo atteggiamento non arricchisce la conoscenza, produce ignoranza che si propaga velocemente tanto quanto una goccia di cianuro in una cisterna d’acqua potabile.

Comprendere una civiltà significa entrare nel suo linguaggio

Il Taijiquan non chiede di essere idealizzato e non ha mai preteso di essere superiore ad altre arti marziali.
Non afferma che rappresenti l’unica strada possibile, chiede però una cosa molto semplice: essere compreso a partire dalla civiltà che lo ha generato.

Così come nessuno pretenderebbe di comprendere il diritto romano ignorando Roma, o il bushidō ignorando il Giappone, allo stesso modo il Taijiquan non può essere separato dalla lunga tradizione culturale cinese che lo ha plasmato.

Questo non significa trasformare l’arte marziale in filosofia. Al contrario, significa comprendere che la filosofia, la cosmologia e la riflessione sull’essere umano costituiscono il terreno sul quale quella pratica è cresciuta.

Recidere le radici significa ottenere qualcosa che può anche avere l’etichetta “Taijiquan”, ma che non conserverà il significato originario di tale nome.

Comprendere non significa adattare la cosa altra alle nostre categorie. Significa, almeno per un momento, avere l’umiltà di mettere tra parentesi le nostre e imparare a guardare il mondo attraverso altri occhi.