Taiji Gate

Il Tai Chi e lo studente: oltre la ricerca compulsiva di maestri

Nel mondo del Tai Chi esiste un fenomeno sempre più diffuso, che va di pari passo con il modo di stare al mondo contemporaneo, e che merita una riflessione: quello dei praticanti che, pur dichiarandosi profondamente interessati alla disciplina, continuano a spostarsi da una scuola all’altra senza mai radicarsi realmente nella pratica.

Spesso sono persone che accumulano esperienze, seminari, insegnanti e metodi differenti, ma rimangono costantemente in superficie. Parlano della scuola precedente con tono critico, attribuiscono all’insegnante precedente i propri limiti e coltivano l’illusione che esista, da qualche parte, un maestro perfetto capace di consegnare loro comprensione senza che facciano un reale lavoro interiore di auto critica e messa in discussione del proprio ego.

Ma il problema, nella maggior parte dei casi, non è il maestro.

Il Tai Chi non si “consuma”: si coltiva

Uno degli equivoci più comuni nella pratica contemporanea è pensare che il Tai Chi sia una conoscenza da accumulare mentalmente. In realtà, il Taijiquan non è un insieme di informazioni da comprendere soltanto attraverso la testa.

È un processo di trasformazione che coinvolge corpo, mente, respiro, percezione e atteggiamento interiore e, persino, modo in cui si sta con la propria presenza nel mondo. Non come ci si mostra per le più disparate convenienze, ma per come si é davvero.
Tutto ciò richiede tempo, continuità, pazienza e soprattutto la capacità di rimanere dentro il lavoro anche quando non produce gratificazioni immediate.

Laozi, nel ‘Daodejing’, scrive:

Chi sta sulla punta dei piedi non rimane saldo.

È una frase semplice, ma profondissima. Molti praticanti vogliono arrivare subito a comprendere, subito a “sentire”, subito a ottenere risultati speciali. Ma questa fretta impedisce il radicamento. E senza radicamento non può esserci trasformazione autentica, ma solo auto inganno.

L’insegnante indica la via, ma non può percorrerla al posto dell’allievo

Un insegnante serio può correggere, guidare, trasmettere principi, indicare errori e offrire strumenti di lavoro. Ma non può praticare al posto dello studente.

Nessun maestro può “incarnare” il Tai Chi per qualcun altro.

Esiste oggi una tendenza diffusa a delegare continuamente all’esterno le proprie difficoltà e incapacità: se non si comprendono certi principi, allora la colpa sarebbe della scuola; se non si progredisce, il problema diventerebbe l’insegnante; se la pratica diventa faticosa, si cerca immediatamente un nuovo ambiente che alimenti nuovamente aspettative.

Ma il Tai Chi non cresce sull’entusiasmo iniziale. Cresce sulla continuità e la capacità di attendere che le cose emergono dal fare (correttamente le cose).

E soprattutto cresce sulla capacità dello studente di assumersi la responsabilità del proprio percorso, nel bene e nel male.

Comprendere un insegnante richiede maturità nella pratica

Esiste poi un altro aspetto fondamentale, spesso ignorato, che riguarda il rapporto tra il livello dell’insegnante e la capacità dello studente di comprenderlo davvero.
Più un insegnante è avanti nella pratica autentica, più il suo linguaggio — corporeo, percettivo ed esperienziale — rischia di diventare difficile da cogliere per chi si trova agli inizi del percorso.
Questo accade perché il Tai Chi non si trasmette soltanto attraverso spiegazioni teoriche. Una parte enorme dell’insegnamento passa attraverso qualità interne, percezioni sottili, modi di usare il corpo, il rilassamento, l’intenzione, il radicamento e la trasformazione della struttura. Ma chi non ha ancora sviluppato certe esperienze non possiede gli strumenti per riconoscerle.

Laozi scrive:

Le mie parole sono facili da comprendere e facili da mettere in pratica, eppure nessuno al mondo riesce veramente a comprenderle.

Questo passaggio descrive perfettamente uno dei grandi paradossi delle arti interne. Un maestro autentico può esprimere principi profondissimi con apparente “semplicità”, ma proprio quella semplicità rischia di apparire vuota o incomprensibile a chi non ha ancora maturato esperienza diretta per leggere tra le righe la vastità.

Per questo motivo, più elevato è il livello reale dell’insegnante, maggiore diventa spesso lo sforzo richiesto allo studente in termini di pazienza, fiducia e capacità di rimanere nella pratica senza pretendere risultati immediatamente comprensibili.

Al contrario, un insegnante ancora acerbo può risultare molto più facile da capire. Non perché insegna meglio, ma perché si trova ancora su un piano di esperienza vicino a quello dello studente. La comunicazione diventa quindi più accessibile, dato che problemi e soluzioni, tra insegnante e allievo, sono simili e il linguaggio corporeo, di conseguenza, è meno distante. In tal modo il praticante percepisce più facilmente una sensazione di “progresso” stando a contatto con qualcuno vicino al suo livello.

Questo però può generare un’illusione.

Molti praticanti, soprattutto oggi, tendono a confondere la comprensibilità immediata con la profondità reale dell’insegnamento. Se qualcosa viene compreso velocemente, allora viene percepito come corretto; se invece richiede tempo, maturazione e trasformazione, allora si pensa che il problema sia nell’insegnante e nella scuola frequentata.

Ma il Tai Chi tradizionale non funziona secondo la logica della gratificazione istantanea.

Paradossalmente, può accadere che un praticante agli inizi si senta più valorizzato e rassicurato da un insegnante ancora giovane sul piano dell’incarnazione dell’arte, piuttosto che da un vero maestro il cui livello di esperienza interiore è ancora troppo distante dal proprio.

E questo, entro certi limiti, non è nemmeno da considerare sbagliato.

Non tutti gli studenti sono pronti per lavorare con un maestro di livello elevato. Così come non tutti gli insegnanti sono adatti a ogni fase della crescita di uno studente.

Spesso, nella fase iniziale, è più utile un insegnante capace di accompagnare gradualmente il praticante dentro le basi concrete della disciplina. Mentre il rapporto con un maestro autentico diventa realmente fertile quando l’allievo ha già sviluppato sufficiente maturità, sensibilità e stabilità nella pratica da poter riconoscere ciò che prima gli sarebbe apparso invisibile e vuoto.

Il problema nasce quando si pretende di valutare un livello che ancora non si è in grado nemmeno di percepire.

Quando un allievo critica continuamente i maestri precedenti

Tempo fa arrivò nella mia scuola un allievo anziano che, dopo pochissimi giorni, iniziò immediatamente a parlare male di una precedente esperienza e del maestro di riferimento di un’altra scuola.

Lo fermai subito e gli dissi con chiarezza che non era nelle condizioni, né pratiche né culturali, per giudicare negativamente un insegnante di grande esperienza. Se non era riuscito a cogliere ciò che quel percorso poteva offrirgli, avrebbe dovuto prima interrogarsi sinceramente sul proprio approccio alla pratica.

Questo non significa che ogni insegnante sia perfetto o che non esistano contesti che, in alcuni casi, possano risultare inadatti. Ma quando una persona passa continuamente da una scuola all’altra portando con sé soltanto recriminazioni, il problema è quasi sempre nel modo in cui il praticante si relaziona alla disciplina.

Per un insegnante, questi atteggiamenti rappresentano un importante campanello d’allarme, perché rivelano spesso una mancanza di umiltà, stabilità interiore e capacità di mettersi realmente in discussione.

Non è un caso se, anticamente, per essere accettati da un maestro era spesso necessaria una presentazione o una forma di raccomandazione. E anche dopo essere stati accolti nella scuola, il maestro osservava l’allievo per anni prima di iniziare a trasmettere gli aspetti più profondi dell’arte.

Questo atteggiamento non nasceva da elitismo o desiderio di esclusione, ma dalla consapevolezza che certe conoscenze richiedono maturità, continuità e affidabilità umana prima ancora che abilità tecniche.

Forse oggi non sarebbe inutile recuperare almeno in parte quello stesso livello di attenzione nella relazione tra insegnante e studente.

Senza umiltà non esiste apprendimento profondo

Nel Tai Chi tradizionale, l’umiltà non è sottomissione. È disponibilità ad ascoltare, osservare, praticare e lasciare che il tempo faccia maturare ciò che all’inizio non si comprende. Inoltre l’umiltà e la falsa umiltà sono due cose diverse. La vera umiltà prevede capacità auto critica e voglia di progredire partendo da quel che non si è e non da quello che ci si aspetta che l’altro dovrebbe essere.

Laozi scrive:

Chi sa non parla ostentando. Chi ostenta non sa.

Oggi, invece, è sempre più comune vedere praticanti desiderosi di apparire competenti molto prima di aver realmente consolidato anche solo le basi. Si cercano continuamente conferme esteriori, esperienze “speciali”, sensazioni forti o riconoscimenti immediati.

Ma il lavoro autentico è spesso silenzioso, ripetitivo e persino frustrante per diversi anni.

Il Tai Chi non è una collezione di tecniche né un’identità da esibire. È un processo lento di trasformazione personale.

Custodire la qualità della pratica

Anche gli insegnanti dovrebbero riflettere con attenzione su questo tema. Non bisogna avere paura di prendere le distanze da atteggiamenti incompatibili con una pratica seria.
Custodire la qualità di una scuola significa anche proteggere uno spazio in cui la disciplina non venga trattata come materiale da consumo superficiale o ricerca compulsiva di novità.
Una scuola dovrebbe essere un luogo dove si coltiva presenza, ascolto, continuità e responsabilità personale.

Il Tai Chi, alla fine, inizia davvero solo quando si smette di cercare continuamente altrove ciò che dovrebbe essere costruito dentro di sé.