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L’intossicazione invisibile: quando un ambiente diventa tossico

ambiente tossico

Esistono forme di intossicazione che il corpo riconosce facilmente e altre che impariamo a chiamare normalità.

Chi fuma quaranta sigarette al giorno raramente si sente intossicato. La percezione si adatta lentamente alla condizione nella quale vive. Eppure l’organismo subisce comunque gli effetti del fumo, mentre chi non fuma li percepisce immediatamente e preferisce allontanarsi.

L’essere umano possiede una straordinaria capacità di adattamento. È una delle qualità che gli hanno permesso di sopravvivere per centinaia di migliaia di anni. Ma la stessa capacità che gli consente di adattarsi a un ambiente favorevole gli permette anche di adattarsi a uno profondamente malsano.

Ci abituiamo al rumore, alla violenza verbale, alla maleducazione, all’inquinamento, al cemento, alla fretta, alla diffidenza, alla competizione permanente. Ci abituiamo persino alla bruttezza. Dopo un tempo sufficientemente lungo tutto questo smette di apparirci straordinario e diventa semplicemente il modo in cui crediamo che il mondo sia fatto.

L’assuefazione è forse la forma più subdola dell’intossicazione.

Per questo motivo accade talvolta che una persona, dopo molti anni trascorsi nello stesso luogo, inizi improvvisamente a sentire il bisogno di andarsene. Dall’esterno quella decisione può apparire irrazionale. «Hai sempre vissuto qui. Perché proprio adesso?» In realtà non è necessariamente il luogo a essere cambiato. Può essere cambiata la persona.

Ogni autentico percorso di trasformazione amplia la capacità percettiva. Le pratiche contemplative, il Taijiquan, il Qi Gong, lo Yoga, la meditazione o qualsiasi altra disciplina vissuta con sincerità non hanno soltanto l’effetto di rendere più calmi. Modificano il modo stesso in cui entriamo in relazione con la realtà.

Quando diminuisce il rumore interiore, aumenta la capacità di percepire quello esterno.

Ciò che prima sembrava normale inizia a rivelarsi per ciò che è. Si cominciano ad avvertire tensioni, aggressività, conflitti, superficialità e disarmonie che fino a poco tempo prima passavano completamente inosservati.

Molti interpretano questo cambiamento come un aumento della fragilità. È probabile che sia vero l’opposto.

Non si diventa più deboli. Si smette semplicemente di essere anestetizzati.

Questo processo, tuttavia, ha un prezzo. Più la sensibilità cresce, più diventa difficile permanere a lungo in ambienti profondamente disfunzionali. Non perché ci si ritenga migliori degli altri, ma perché la dissonanza viene percepita con un’intensità sempre maggiore.

Le persone che non stanno vivendo la stessa trasformazione raramente comprendono questo fenomeno. Alcune lo giudicano una fuga, altre lo interpretano come un capriccio, altre ancora pensano che il problema sia esclusivamente individuale. Eppure nessun essere umano vive isolato.

La psicologia, la sociologia e le neuroscienze mostrano da decenni quanto profondamente siamo influenzati dal contesto nel quale viviamo. Emozioni, linguaggio, comportamenti e persino le modalità con cui interpretiamo la realtà sono in larga misura fenomeni condivisi. Assorbiamo continuamente il clima emotivo e culturale dell’ambiente nel quale siamo immersi, spesso senza rendercene conto.

Pensare di esserne completamente immuni è una delle illusioni più diffuse.

Ogni luogo possiede una propria atmosfera. Non in senso mistico, ma come risultato dell’insieme delle relazioni umane, dell’educazione, della storia, dell’architettura, della presenza o dell’assenza della natura, del modo in cui le persone parlano, si muovono, si rispettano o si aggrediscono. Anche noi, inevitabilmente, diventiamo parte di quell’atmosfera. Per questo cambiare luogo non significa necessariamente fuggire. Può significare scegliere consapevolmente l’ambiente nel quale continuare la propria trasformazione.

Così come nessuno consiglierebbe a una persona che sta cercando di smettere di fumare di trascorrere ogni sera in una stanza piena di fumo, allo stesso modo diventa legittimo domandarsi se alcuni ambienti umani favoriscano oppure ostacolino la crescita interiore.

La risposta non può essere uguale per tutti.

Ma esiste una costante: quando la percezione diventa più limpida, aumenta anche il bisogno di ambienti nei quali la vita non sia continuamente soffocata dal rumore, dalla competizione, dall’aggressività e dalla distrazione.

Per molti questo bisogno si traduce spontaneamente in una maggiore vicinanza alla natura.

Non perché gli alberi siano moralmente superiori agli esseri umani, ma perché la natura non recita, non compete, non manipola e non pretende di essere diversa da ciò che è.

Forse la vera trasformazione non consiste nel diventare persone diverse. Forse consiste semplicemente nel riconoscere con sempre maggiore chiarezza quali ambienti nutrono la vita e quali, invece, la consumano lentamente, fino a farci credere che respirare veleno sia la condizione naturale dell’esistenza.